Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 12/2020
1) Appello a Conte di una pensionata. 2) Contratto rider: verità e bugie. 3) La strada per trovare un posto. 4) Mi hanno negato l’indennità di cassa. 5) Fate pagare le tasse ai big del web. 6) Le buche di Roma: battaglia vinta?. 7) Quelle raccomandate non consegnate
1) APPELLO A CONTE DI UNA PENSIONATA
Sono una pensionata al minimo di 81 anni e vorrei far presente al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in Italia esiste una categoria di lavoratori operai che hanno versato i contributi per avere una pensione che consenta loro di vivere e non di morire di fame. Perché è ciò che succede con poco più di 600 euro al mese, che da più di 20 anni sono rimasti gli stessi. Noi siamo sempre più vecchi e con le ossa malridotte, e non ci possiamo permettere neppure gli antidolorifici.
Abbiamo sentito tanto parlare in televisione e letto sulla stampa di aiuti economici dati a tanti (pensioni sociali, reddito di cittadinanza, eccetera) ma non abbiamo mai sentito fino ad oggi nominare i pensionati lavoratori pagati con la pensione al minimo di 630 euro. E mai abbiamo visto qualcuno cercare di fare qualcosa per riparare a questa inumana ingiustizia.
Siamo stati completamente dimenticati, come se non esistessimo.
Vorrei sperare che per un momento la Sua mente possa rivolgersi a questi circa 5 milioni di poveri vecchi lavoratori che hanno diritto ad una pensione decente in grado di sostenerli negli ultimi tempi della loro vita.
Lettera da Roma - Tel. 339.376XXXX
La condizione di chi ha versato anni di contributi ma non ha raggiunto la soglia minima e che, quindi, raggiunta l’età pensionabile, non può che ricorrere alla pensione minima, è tra le più crudeli. Perché si tratta di lavoratori che hanno versato all’Inps un bel po’ di quattrini ma che è come se non lo avessero fatto.
Con 630 euro si vive male, e queste persone meriterebbero davvero che le loro ragioni venissero ascoltate.
L’appello al Presidente del Consiglio di questa pensionata scuote ancora di più le coscienze se si pensa a quanti, pur non avendone diritto, usufruiscono del reddito di cittadinanza o di altri sostegni. Chissà se con il Recovery fund possa saltare fuori qualche buona notizia?
2) CONTRATTO RIDER: VERITÀ E BUGIE
Finalmente anche per i “rider” è arrivata un po’ di giustizia. Dopo tanto sfruttamento adesso ci sono regole e compensi più precisi. È un risultato che potrebbe porre fine allo “schiavismo della ristorazione”. Come stanno le cose?
Claudio S. - Per e-mail da Roma
Quello che è stato definito come il primo contratto dei “rider”, cioè i ciclo-moto fattorini che portano pranzi e cene a domicilio, si fonda su alcuni punti base: 1) compenso minimo di 10 euro lordi per ogni ora lavorata; 2) indennità integrativa tra il 10% e il 20% per lavoro notturno, festività e maltempo; 3) premi una tantum di 600 euro ogni 2.000 consegne effettuate; 4) formazione; 5) fornitura gratuita delle dotazioni di sicurezza tipo giacca ad alta visibilità, casco, e così via; 5) copertura assicurativa contro gli infortuni e per danni contro terzi.
L’accordo è stato sottoscritto da Assodelivery (l’associazione di categoria che rappresenta i gruppi più importanti del comparto tra cui Deliveroo, Glovo, Just Eat, Social Food e Uber Eats) e da Ugl.
Quello che non viene previsto è l’inquadramento dei “rider” come lavoratori dipendenti che quindi restano autonomi e di conseguenza senza ferie o malattie pagate.
Ed è proprio questo il punto che viene utilizzato da gran parte delle sigle nate spontaneamente tra i lavoratori (Deliverance Milano, #RiderXiDiritti, Riders Union Bologna, Riders Union Roma) per contestare l’intesa definita un “accordo pirata con un sindacato di comodo”. Tra l’altro l’Ugl viene definita una “sigla datoriale che non ha alcuna rappresentatività nel settore”.
Anche Cgil, Cisl e Uil hanno preso le distanze accusando Assodelivery di continuare a volere una manodopera “potenzialmente infinita e facilmente sostituibile” alla quale non vengono riconosciuti i diritti fondamentali. In sostanza, è stata “portata a termine un’operazione che prevede salari bassi e maggiore precarietà”.
Per questo è stata chiesta la convocazione del tavolo aperto da tempo al ministero del Lavoro per provare a portare a termine i colloqui già avviati. Su quel tavolo i sindacati hanno posto la questione dell’inquadramento dei ciclo-moto fattorini come dipendenti subordinati. Si era manifestata la possibilità di un compromesso che l’accordo Assodelivery-Ugl non rende certo più facile.
3) LA STRADA PER TROVARE UN POSTO
Per cercare lavoro mi sono rivolta un po’ a tutti e ho lasciato in giro decine e decine di domande. Mi sono iscritta anche a uno dei concorsi segnalati proprio da “Lavoro Facile” e sono in attesa di cominciare le prove.
Siccome mi sono arrivate pochissime risposte, qual è la strada migliore da seguire per trovare un posto? Quali le porte alle quali bussare?
Ritanna Ponti - Per e-mail da Roma
Quello della mancata risposta all'invio del curriculum è una brutta abitudine di molti uffici del personale. In Inghilterra, in Francia e in Germania – tanto per citare alcuni Paesi a noi più vicini – difficilmente succede. Eppure basterebbe davvero poco per confermare l'arrivo della segnalazione e riservarsi l'eventualità o meno di un colloquio.
Per quanto si riferisce al percorso più proficuo attraverso il quale "veicolare" la ricerca di un impiego, in testa alle possibilità resta – malgrado lo sviluppo delle tecnologie relative alla comunicazione – il passaparola, seguito dai concorsi (in progressivo calo ma adesso in leggera ripresa), dalle agenzie per il lavoro (in crescita) e dai Centri per l'impiego (scarsamente utili ma in fase di rilancio). Un buon riscontro continua ad avere la lettura degli annunci pubblicati dai giornali specializzati e dalle loro pagine on line.
Per rendere più propositivi e attivi i centri per l'impiego da tempo si parla di una profonda riforma in modo da legarli sempre di più alle esigenze reali del mercato del lavoro, sia per quanto riguarda l'offerta che la domanda.
4) MI HANNO NEGATO L’INDENNITÀ DI CASSA
Mi trovo a svolgere un’attività per la quale sono costantemente impegnato a dare e a ricevere denaro. Per questo ho chiesto un’indennità aggiuntiva che, però, mi è stata negata. Ne ho diritto?
L. R. - Per e-mail da Roma
Gli elementi a disposizione sono troppo pochi per dare una risposta precisa. Comunque, esiste un’indennità di cassa prevista da tutti i contratti collettivi spettante ai lavoratori che maneggiano o hanno la custodia di valori contanti, assegni, e così via, se ed in quanto questi stessi lavoratori hanno anche la responsabilità finanziaria, sono cioè tenuti a rimborsare eventuali ammanchi.
L’importo è stabilito proprio dai contratti collettivi e può essere o in cifra fissa oppure calcolato in percentuale su alcuni elementi della retribuzione. L’indennità entra a far parte delle mensilità aggiuntive, solo se lo prevede il contratto collettivo.
Di solito, sempre salvo diversa previsione dei Ccnl, non spetta quando il lavoratore è assente e la cassa viene data in gestione a un altro lavoratore.
5) FATE PAGARE LE TASSE AI BIG DEL WEB
Non sono un esperto in materia ma non riesco a capire come mai i colossi del web che operano in Italia continuino a versare al nostro fisco molto meno di quanto dovrebbero. Ogni tanto qualcuno ritira fuori l’argomento ma senza risultati apprezzabili.
Visto che l’erario è sempre a caccia di soldi, come possibile che ciò possa accadere? Insomma: o hanno ragione loro, e allora è inutile indignarsi, oppure chi dovrebbe far valere i nostri interessi non lo fa con il dovuto rigore.
Leo Sestini - Per telefono da Firenze
In verità, l’Italia e gli altri Paesi europei che hanno i nostri stessi problemi si sono mossi su diversi tavoli. Per esempio, l’intervento della procura ha recentemente “convinto” Airbnb, Amazon, Facebook, Google a versare 42 milioni di euro a fronte di un arretrato di quasi 1 miliardo di euro.
Però sul filo della legalità, almeno finché non si riuscirà a cambiare le regole, i colossi del web sono abbastanza al sicuro. Perché, oggi, possono pagare le tasse là dove hanno stabilito la loro sede e non nei Paesi dove generano profitti. L’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo, sta cercando un compromesso che riduca il fenomeno in attesa di una rimodulazione generale della questione.
Ma non sarà semplice. Il presidente americano, Donald Trump, si è decisamente schierato con le compagnie e qui in Europa, Irlanda, Lussemburgo e Olanda – cioè i Paesi che ospitano i colossi del web e che da questo meccanismo incassano somme non indifferenti – già hanno fatto sapere di essere contrari a qualsiasi riforma.
6) LE BUCHE DI ROMA: BATTAGLIA VINTA?
Non so come a Roma vengano coperte le buche con l’asfalto. O meglio: lo so benissimo. L’altro giorno, in una strada nelle vicinanze di piazza Istria, un camioncino con il bitume e alcuni operai erano all’opera per riparare crepe e piccole voragini. Finalmente, mi sono detto. Solo che, ripassando qualche ora dopo, ho visto che sì tutto era stato ricoperto ma lasciando uno scalino di almeno 2-3 centimetri!
Se questo è un lavoro a regola d’arte mi piacerebbe conoscere chi è che lo autorizza: insomma, se gli operai non fanno altro che eseguire delle precise disposizioni. Perché a me sembrano robe da matti: da una parte si tappano le buche e dall’altra si alzano scalini.
Recentemente la sindaca, Virginia Raggi, ha annunciato che la battaglia delle buche è stata vinta. A me non pare proprio…
Carlo Pesenti - Per telefono da Roma
La segnalazione non è l’unica arrivata alla nostra redazione. Le buche, così come la deficitaria raccolta dei rifiuti, fanno ormai parte del panorama di Roma. I consiglieri più vicini alla prima cittadina sostengono che il problema, se non del tutto risolto, è in via di soluzione.
Siccome non si tratta di dispute filosofiche ma di cose che di più “terrene” non potrebbero essere, non è difficile capire come stiano realmente le cose. Basta girare un po’ per farsi un’idea. Come sempre, le parole sono una cosa, i fatti un’altra.
7) QUELLE RACCOMANDATE NON CONSEGNATE
Lo scorso 10 settembre, uscendo da casa, ho trovato un avviso di Poste italiane dove mi si invitava a ritirare una raccomandata presso l’ufficio centrale della mia città perché il postino, pure avendo suonato, non aveva trovato nessuno e quindi non aveva potuto effettuare il recapito.
Il fatto è che io a casa c’ero e non ho sentito suonare né il citofono né il campanello. Per recuperare la lettera ho dovuto rinviare un paio di impegni e fare una piccola fila davanti allo sportello. Alle mie rimostranze l’impiegato non è sembrato convinto delle mie ragioni ma, comunque, mi ha invitato a segnalare l’accaduto alla direzione.
Non è così che si fa un buon servizio agli utenti da parte di una delle nostre più importanti aziende.
Corrado M. – Per telefono da Roma
Il problema deve essere, evidentemente, piuttosto diffuso se lo scorso 15 settembre l’Antitrust ha multato Poste italiane per 5 milioni di euro in quanto l’azienda “anche quando sarebbe stato possibile effettuare la consegna nelle mani del destinatario” preferisce lasciare un avviso per il ritiro nei depositi postali il che obbliga a “un inammissibile onere a carico dei consumatori costretti a lunghe perdite di tempo e di denaro per ritirare le raccomandate non diligentemente consegnate”.
L’Antitrust ha poi criticato la circostanza che il recapito “non sempre viene esperito con la tempistica e la certezza enfatizzate nei messaggi pubblicitari”.
Poste italiane, che ha annunciato il ricorso al Tar contro la sanzione, ha risposto definendo “priva di fondamento l’ipotesi secondo la quale l’azienda avrebbe posto in essere azioni che ingannino i clienti in merito alle caratteristiche del prodotto raccomandata”.
Poste ha anche fornito i dati del servizio: “Nel 2019 sono stati consegnati oltre 120 milioni di pezzi, ricevendo nel medesimo periodo, meno di 1.000 reclami relativi agli avvisi di giacenza, pari allo 0,0008% del totale delle raccomandate regolarmente gestite”.
Vedremo come andrà a finire il confronto Antitrust-Poste italiane. Certo è che coloro che fanno parte di quello 0,00008% hanno tutto il diritto di lagnarsi.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 11/2020
1) Nuove regole per lo smart working; 2) Alunni prigionieri delle mascherine?; 3) L’America, le elezioni e i nostri politici; 4) Tra agenzie, aziende e contratti; 5) Quanto può durare una trasferta?; 6) Gli annunci di ricerca in inglese; 7) Quali i compiti dell’inserviente.
1) NUOVE REGOLE PER LO SMART WORKING
Il coronavirus ha rilanciato lo smart working. Se non si riuscirà a mettere il virus sotto controllo, è previsto che in autunno ci sarà un ulteriore balzo in avanti delle attività svolte da casa. In apparenza niente di male. Tutt’altro. Ma io non ne sono convinto.
C’è il rischio concreto della perdita di quei rapporti sociali che solo lo stare insieme nel posto di lavoro è in grado di favorire. E poi tra un po’ qualcuno proporrà di rivedere al ribasso gli stipendi con la scusa che i dipendenti hanno meno spese per gli spostamenti o altro.
Martino Ranucci - Per e-mail da Roma
Quando l’Italia è stata chiusa per frenare la pandemia, le aziende che hanno potuto hanno favorito il ricorso allo smart working che, ricordiamo, significa svolgere lo stesso impegno da remoto (cioè presso la propria abitazione o in un altro luogo) restando in collegamento con il vecchio ufficio.
La necessità di dare regole più precise a questa formula è ben presente tanto che la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha convocato per il 24 settembre le parti sociali per regolamentare i contratti alla luce della massiccia diffusione dello smart working. Insomma si avverte la necessità di passare dalle modalità imposte dall’emergenza ad un sistema di relazioni sulle quali trovino l’accordo imprenditori e lavoratori “all’interno di un più ampio e sistematico piano di incentivi e investimenti in grado di facilitare la transizione tecnologica del nostro sistema produttivo. La leva fiscale è certamente uno dei primi strumenti da mettere in campo”.
In italiano smart working vuol dire “lavoro intelligente”. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano si tratta di “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.
Adesso, però, visto che dalla teoria si è passati ampiamente ai fatti non si può lasciare che tutto scorra senza punti di riferimento. Bene, quindi, l’iniziativa della ministra del Lavoro.
2) ALUNNI PRIGIONIERI DELLE MASCHERINE?
Spero che l’anno scolastico possa scorrere più o meno regolarmente. Ma penso anche che non sarà facile. Il Covid-19 è ancora in mezzo a noi e finché non arriverà il vaccino saremo costretti a farci i conti.
Comunque, e finalmente, ci siamo resi conto di come negli anni la scuola sia stata abbandonata: classi pollaio, strutture inadeguate, precariato ovunque. Comunque, e finalmente, si sente dire che la scuola è il cuore pulsante del Paese da cui dipende il nostro futuro. Comunque, e finalmente, si è deciso di ripartire coinvolgendo più ministeri e mettendo in campo più risorse finanziarie.
È una sfida che non possiamo perdere. La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha affermato che la riapertura delle scuole è stato sempre considerato un “dovere morale” da parte del governo. Auriamoci che tutti i calcoli siano stati fatti bene.
Marta Corsini - Per e-mail da Roma
Ho appena letto che un noto esponente politico ha detto: “Io, mia figlia di 7 anni a scuola a settembre in un’aula buia e con la mascherina, non ce la mando. In Europa i bambini stanno andando scuola senza distanze e senza mascherine. Perché qui in Italia no? È una follia”.
Oggi è il 21 agosto. Anch’io ho una bambina di 8 anni e sono preoccupata per la diffusione del coronavirus che ha ripreso a circolare con forza. Ciò che voglio è che quando l’accompagnerò a scuola mi si assicuri che è stato fatto il massimo per garantire la sua sicurezza e quella di tutti gli altri.
Tenere la mascherina in aula non è il massimo, anzi meglio sarebbe farne a meno. Ma spetta agli esperti decidere.
Carla Setti - Per telefono da Roma
Mai il ministero dell’Istruzione si è trovato a gestire un problema come quello del coronavirus. È capitato alla ministra Azzolina, per di più in mezzo ad una bagarre politica che ormai non risparmia nulla e nessuno.
Detto questo, non mi pare che la responsabile del dicastero di viale Trastevere si stia comportando peggio di chi l’ha preceduta. Basta ricordare il lungo elenco di provvedimenti che hanno via via trasformato la scuola in una fabbrica di precari.
Un Paese che non è mai riuscito a darsi una seria strategia dell’apprendimento in linea con le necessità di un mondo in rapida trasformazione, non può che recitare il mea culpa. E magari provare – senza rovesciare di continuo i tavoli e mettendo da parte le facili demagogie – a costruire qualcosa di sensato. Beh, forse sto sognando ad occhi aperti…
Nello Brancati - Per telefono da Napoli
Il 20 e il 21 settembre si vota per il referendum sul taglio dei parlamentari e per il rinnovo dei governatori di 7 Regioni: Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto, dove sono chiamati alle urne 18 milioni di elettori.
Dopo questo, il nuovo numero di “Lavoro Facile” uscirà venerdì 2 ottobre quando i risultati delle elezioni saranno già noti.
Mentre scriviamo, quindi, siamo ancora nel pieno del confronto tra i partiti e tra gli schieramenti, e l’argomento della scuola non può non sottrarsi alle polemiche. Sia perché è particolarmente ricco di implicazioni, sia perché coinvolge milioni di persone tra studenti, famiglie, personale docente e amministrativo.
Chi sarà riuscito meglio a fare breccia nelle convinzioni dell’opinione pubblica sarà sotto gli occhi dei lettori a partire dalla sera del 22 settembre. In questo momento non possiamo che prendere atto della situazione che abbiamo di fronte e che è in parte quella descritta dai messaggi qui sopra riportati.
Per chiarezza va detto che il noto esponente politico al quale fa riferimento Carla Setti à Matteo Salvini e che quelle parole sono state pronunciate dal leader della Lega durante una manifestazione di protesta organizzata davanti al ministero dell’Istruzione al grido di “Azzolina bocciata”.
Siamo d’accordo sul fatto che, nel decidere come ci si debba comportare all’interno delle scuole e delle aule, non si possa prescindere dal parere degli esperti, cioè dei virologi che stanno monitorando il cammino del coronavirus. E meglio sarebbe se riuscissero a parlare con una sola voce.
Del resto, non è che a proposito di Covid-19 i politici non abbiano più volte capovolto le loro posizioni: dalla richiesta di immediate chiusure alla richiesta di immediate riaperture, dal via libera alle discoteche al perché quel via libera sia stato dato, dal virus che non fa più paura alla necessità di mantenere la massima attenzione. E così via.
3) L’AMERICA, LE ELEZIONI E I NOSTRI POLITICI
Mi è capitato di seguire in diretta tv dagli Stati Uniti alcune fasi della Convention del partito democratico che ha candidato Joe Biden come sfidante di Donald Trump. Ho ascoltato molti interventi tra i quali quelli di Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez, Barack Obama, Kamala Harris e dello stesso Biden.
Mi è venuto spontaneo fare un paragone con ciò che dicono i nostri politici eternamente a caccia di voti. Che differenza! Là si prova a volare alto, a cercare risposte concrete, a sentirsi parte di un Paese che è stato fatto, e che è fatto, da gente proveniente da ogni parte del mondo. Dove nessuno rinnega le proprie origini, anzi le ribadisce con orgoglio. Ma poi tutti si sentono americani.
Così Kamala Harris, vice di Biden, ha ricordato la madre di origini indiane e il padre di origini giamaicane. Così la stessa moglie di Biden, Jill, non ha trascurato di rendere omaggio ai nonni provenienti dall’Italia. E Ocasio-Cortez ha sempre messo in luce come le sue radici siano portoricane.
Più “italiano”, invece, mi è sembrato il linguaggio di Trump con le accuse a chi non la pensa come lui, con gli avvertimenti a chi non accetta la sua visione del mondo, con l’esplicito e l’implicito sostegno a coloro che ritengono che chi ha il potere deve usare il bastone nei confronti di coloro che non sono d’accordo.
Saranno gli elettori, il 3 novembre, a decidere se confermare l’attuale capo della Casa Bianca o cambiarlo. Una scelta che, alla fine, avrà ripercussioni su tutti noi perché sono in ballo due visioni del mondo. Ma intanto, grazie alle trasmissioni notturne (a causa del fuso orario) della Rai, ho potuto capire meglio che cosa in America si pensa di fare.
Cesare Rocchi - Per e-mail da Roma
4) TRA AGENZIE, AZIENDE E CONTRATTI
L’argomento lo avete già affrontato, ma vi pregherei di ripetermi come funziona il rapporto contrattuale tra agenzia per il lavoro, lavoratore e azienda utilizzatrice. Chiedo troppo?
Lina Rubei - Per e-mail da Roma
L’agenzia per il lavoro assume il lavoratore e lo mette a disposizione dell’impresa che lo ha richiesto. Sarà quindi l’agenzia a pagare la retribuzione, a versare i contributi previdenziali e ad esercitare il potere disciplinare, anche se il lavoratore svolgerà la propria attività nell’interesse e sotto al direzione dell’azienda utilizzatrice.
All’atto della stipula del contratto, l’agenzia per il lavoro dovrà comunicare per iscritto al lavoratore: il tipo di attività, la data di inizio e la durata prevedibile della prestazione, le mansioni e l’inquadramento, il luogo, l’orario e il trattamento economico. Il contratto può essere anche a tempo indeterminato.
5) QUANTO PUÒ DURARE UNA TRASFERTA?
Capita spesso che per ragioni di lavoro la mia ditta mi richieda frequenti trasferte, che a volte durano più giorni. È regolare?
M. S. - Per e-mail da Roma
La trasferta, contrariamente al trasferimento, presuppone un mutamento temporaneo del luogo di svolgimento della prestazione lavorativa. Il concetto di “temporaneità” è molto ampio: può riguardare un giorno come alcune settimane.
Più la trasferta è lunga più i contorni sfumano e diventa difficile distinguerla dal trasferimento. In linea generale si può sostenere che si è in presenza di trasferta quando il mutamento della sede conserva i caratteri della “provvisorietà”, cioè quando è dettato da una situazione speciale cessata la quale è previsto il ritorno nella primaria sede di lavoro.
Non possono, ad esempio, qualificarsi “trasferte” gli spostamenti dei lavoratori che, per la natura stessa dell’attività che svolgono, effettuano le loro prestazioni in località sempre diversa.
Individuare esattamente se si è in trasferta oppure no è importante in quanto a questo istituto sono collegabili obblighi di tipo retributivo e adempimenti di natura fiscale e previdenziale.
In genere, e salvo diversa previsione dei contratti collettivi, il datore di lavoro può inviare il dipendente in missione o trasferta senza le limitazioni che regolano il trasferimento: vale a dire le imprescindibili ragioni tecniche, organizzative e produttive.
6) GLI ANNUNCI DI RICERCA IN INGLESE
I giornali pubblicano sempre più spesso annunci di ricerca di personale in lingua inglese. Ciò esclude tutti coloro che non la conoscono. È giusto? Non sarebbe necessaria la contemporanea traduzione in italiano?
I. M. - Per fax da Roma
Di solito, le aziende che hanno bisogno di figure professionali e che si affidano per la loro ricerca ad un testo in inglese è perché i candidati devono obbligatoriamente essere in grado di parlare e scrivere in quella lingua specifica.
Insomma, è come se si trattasse di una prima selezione. Per questo chi decide di pubblicare quegli annunci non commette nessuna irregolarità. Del resto, l'uso dell'inglese è prassi sempre più comune all'interno delle imprese e nei rapporti commerciali. È ovvio che le aziende restano responsabili del contenuto dei messaggi e, in questo caso, eventuali irregolarità incorrerebbero nella sanzioni previste dalla legge.
7) QUALI I COMPITI DELL’INSERVIENTE
Un contratto di inserviente quali mansioni comprende?
Flora Di Carlo - Per Google+
Quella dell’inserviente è una figura che si trova in quasi tutti gli ambienti di lavoro: dal turismo alla ristorazione, dall’ospedaliero al turismo, dagli uffici alle scuole, e così via. Di solito svolge compiti esecutivi che, comunque, richiedono una certa preparazione.
Il livello contrattuale oscilla tra il V e il VII livello. Il V livello e il VI prevedono che si debba svolgere un’attività di normale complessità (per esempio commis di cucina, addetto ai servizi mensa, caffettiere ma non barista, cucitrice, facchino ai piani).
Il VII livello (che dopo 1 anno di anzianità si trasforma automaticamente in VI livello) si riferisce a guardarobieri, magazzinieri, autisti con patente B, addetti vigilanza, garagisti, addetti portineria, fattorini, maschere, e così via.
Naturalmente ogni livello ha una retribuzione specifica stabilita dai contratti nazionali di lavoro.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 10/2020
1) La scuola? Accidenti che rebus; 2) Laurearsi in GB sarà quasi impossibile; 3) Dei clan si sa già tutto. E allora?; 4) Noi “anta” siamo discriminati; 5) Assunzione col conto corrente…; 6) Ancora sulla giungla call center; 7) Le mie otto proposte per la sanità
1) LA SCUOLA? ACCIDENTI CHE REBUS
Alla fine una soluzione riusciranno a trovarla ma che angoscia: la scuola italiana da troppo tempo viene bistrattata e mai considerata come dovrebbe. Se il futuro si costruisce tra aule e docenti c’è poco da stare allegri. E non per colpa dei prof che continuano a mettercela tutta per impedirne il definitivo naufragio.
Marta Semprini - Per e-mail da Roma
Ogni ministro che arriva in viale Trastevere prova a cambiare tutto e, soprattutto, a spazzare via ciò che ha fatto il suo predecessore. Ma è mai possibile? A memoria non ricordo un responsabile del dicastero della pubblica istruzione che sia riuscito a lasciare il segno. Vorrei sbagliarmi, però…
Stefania Ricci - Per e-mail da Roma
Lavoro da anni nella scuola come amministrativo e ne ho viste di tutti i colori. Quando è stato deciso di dare più responsabilità ai dirigenti scolastici credevo che fosse una scelta azzeccata: solo chi vive giorno per giorno i problemi di un istituto può risolverli sapendo dove mettere le mani.
Ma poi i soldi da spendere si sono inesorabilmente ridotti tanto che non pochi genitori sono stati costretti a comprare materiali di prima necessità (prodotti per la pulizia, carta igienica) o a mettersi a disposizione per qualche lavoretto urgente.
Insomma, se lo Stato doveva risparmiare i primi a finire sotto le forbici sono sempre stati la scuola e la sanità. Il risultato è davanti agli occhi di tutti.
Per questo dico che le responsabilità della ministra Azzolina, che pure ci sono, andrebbero perlomeno ripartite con chi l’ha preceduta.
Carlo S. - Per telefono da Roma
Oltre ai soliti nodi irrisolti, anche la scuola ha dovuto misurarsi con il coronavirus. Una tempesta quasi perfetta. È facile sparare a zero sul ministero dell’Istruzione, anche perché la ministra Azzolina ci ha messo del suo con indecisioni, gaffe, mosse e contromosse.
Mi vengono i brividi pensando a che cosa potrà accadere il 14 settembre quando partirà l’anno scolastico 2020-2021. Non resta che sperare nello stellone italiano. E pregare.
Fabiola Masi - Per e-mail da Roma
Cara ministra Lucia Azzolina se, come dice, l’hanno messa in mezzo lasciando che diventasse il bersaglio di tutte le critiche, perché non si dimette? Sarebbe un bel gesto di responsabilità. Però in Italia le dimissioni sono un evento rarissimo: la poltrona ha sempre la meglio e il rimpallo delle responsabilità consente di salvare (più o meno) la faccia.
Non sono scenebelle da vedere, ma ci siamo abituati. Tra qualche settimana, nel pieno delle ferie, le polemiche scenderanno di tono. Però la brace cova sotto la cenere e, c’è da scommettere, alla vigilia del primo suono di campanella il fuoco tornerà a divampare. Figuriamoci che cosa potrebbe accadere se anche Covid-19 dovesse farsi vivo con una seconda ondata: facciamo gli scongiuri!
F. T. - Per e-mail da Roma
La scuola è l’immagine di un Paese. E l’Italia è da tempo che non riesce a dare il meglio di sè. Del resto siamo tra chi destina meno soldi all’educazione: così se la spesa media dei partner dell’Unione europea è del 10,2% della spesa pubblica totale, noi ci fermiamo al 7,9%.
L’Inghilterra spende l’11,3%, la Francia il 9,6%, la Germania il 9,3%, la Romania l’8,4%, la Grecia l’8,2%. In testa troviamo Cipro con il 15,3% e i Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) con il 15%.
È un problema che, come ha scritto un lettore, viene da lontano. E che adesso potrebbe essere avviato a soluzione grazie ai contributi che l’Europa si appresta a versare all’Italia.
Però a Bruxelles si aspettano, prima di darci gli euro, che il governo presenti un piano circostanziato relativo a come intendiamo spenderli. Lì la scuola deve ritrovare la dignità che merita.
Al tema abbiamo dedicato il Primo piano di questo numero (da pagina 20). Dove si possono trovare i punti salienti della riforma della ministra Azzolina e le opportunità di formazione offerte dal mercato. Insomma, proviamo anche a rispondere alla domanda: che cosa conviene imparare per trovare subito e meglio un posto di lavoro?
2) LAUREARSI IN GB SARÀ QUASI IMPOSSIBILE
Il prossimo anno mio figlio prenderà la maturità e, come d’accordo in famiglia, proseguirà gli studi in Gran Bretagna. Il fatto è che la Brexit potrebbe cambiare i nostri calcoli, e non di poco perché leggo che, una volta scattata la separazione tra Londra e il resto dell’Unione europea, frequentare una università costerà un bel po’ di più.
Stiamo cercando di informarci ma pare proprio che così sarà. La mia preoccupazione è che potrei non essere in grado di sostenere la spesa. Rinunciare sarebbe un brutto colpo. Continuiamo a sperare in un cambiamento di rotta, in qualche accordo che almeno lasci intatte le norme che regolano gli scambi culturali. Sarà possibile?
Corrado D’Amico - Per telefono da Roma
L’uscita del Regno Unito dalla Ue – sancita da un referendum e poi sempre ribadita dal premier Boris Johnson – avverrà alla fine di quest’anno. Sono in corso negoziati per scongiurare una separazione dura, cioè senza intese capaci di limitare i danni.
All’inizio di giugno, Johnson e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno provato a trovare un punto di incontro. Invano. Le posizioni sono rimaste distanti e non si intravedono spiragli.
C’è chi ha provato a suggerire di prendere tempo, rinviando più avanti la data limite. Ma Londra ha tagliato corto: “Il periodo di transizione scade il 31 prossimo dicembre”.
Saranno problemi per tutti. È stato calcolato che il Regno Unito dovrà mettere in conto un calo del Pil di oltre il 10% e 6 milioni di posti bruciati. Al numero 10 di Downing Street confidano nell’aiuto del presidente americano, Donald Trump, che non vede l’ora di stringere ancora di più i rapporti con il Paese di Sua Maestà per creare ulteriori difficoltà all’Unione europea.
Per ciò che riguarda la presenza degli studenti provenienti dalla Ue nelle università britanniche, nulla cambierà fino a quel fatidico 31 dicembre. Poi le novità faranno piazza pulita di ciò che è stato.
Un po’ di cifre. Adesso la tassa d’iscrizione è di 9.000 sterline l’anno. In più gli studenti possono ottenere prestiti da restituire dopo la laurea e dopo avere trovato un posto di lavoro. In sostanza, ci si può mantenere senza pesare sulle famiglie.
Ma con l’anno accademico 2021-2022 i ragazzi provenienti dalla Ue saranno equiparati agli extracomunitari. Quindi le 9.000 sterline saliranno a 25.000 e spariranno pure gli incentivi.
Così, per coprire i 4 anni necessari per arrivare alla laurea bisognerà sborsare 100.000 sterline (115.000 euro). Più le spese di soggiorno.
Non molti potranno permetterselo, e i flussi dall’Italia sono destinati a ridursi drasticamente. Oggi, tra gli studenti europei i nostri giovani sono i più numerosi: 14.000 contro i 13.600 francesi, i 13.400 tedeschi e i 10.300 spagnoli.
3) DEI CLAN SI SA GIÀ TUTTO. E ALLORA?
Se davvero la criminalità organizzata, approfittando delle difficoltà provocate dal coronavirus a tanti imprenditori, sta tendando di “subentrare” negli affari, perché le autorità competenti non intervengono per stroncare questi tentativi?
Ciò che mi sorprende è che spesso si sa già tutto: che la cosca tal dei tali controlla interi quartieri, che l’organizzazione pinco palla smercia stupefacenti, che i clan ypsilon e zeta sono formati da colletti bianchi che riciclano i proventi del malaffare. Eccetera, eccetera.
Si fanno pure nomi e cognomi. Che si aspetta ad esercitare la legge? Boh, è un mistero gaudioso.
T. P. - Per e-mail da Frosinone
In effetti, si pubblicano pure organigrammi con spicchi di città controllati da gruppi ben identificati. Allora perché non si interviene? In verità, si interviene. Le operazioni di polizia, carabinieri e guardia di finanza sono quotidiane, e lo smantellamento delle reti criminali è costante.
Certo, si dovrebbe e si potrebbe fare di più. Anche perché è notevole la capacità delle mafie di parare i colpi e rimediare agli arresti. Il giudice Giovanni Falcone parlò di “menti raffinatissime”. Lo Stato deve tenere sempre la guardia alta.
4) NOI “ANTA” SIAMO DISCRIMINATI
Anche se le normative vigenti in materia di assunzioni OBBLIGANO a non discriminare per razza, età e sesso, così spesso non è. E voi fareste bene a denunciare chi non rispetta le regole in modo, se non altro, da farci risparmiare l'invio del curriculum e altre perdite di tempo. Lo dico a ragion veduta perché ho 55 anni e in questo cavolo di Paese sono ormai fuori da un bel pezzo dal mercato del lavoro, e la pensione è ancora lontana. Non ci sono parole...
Vorrei che prendeste sul serio questo argomento – magari dedicandogli uno dei prossimi articoli – che è di una gravità totale (e anche costituzionalmente censurabile) e che taglia fuori persone con esperienza e buone capacità professionali. Se, giustamente, vi occupate dei giovani è altrettanto giusto tenere presente le necessità di lavoro di chi un impiego lo ha perso e ha solo qualche anno in più.
Stefania S. - Per e-mail da Roma
Il problema dell'occupazione, com'è noto, riguarda tutte le età. Per di più in un periodo come quello attuale terremotato dal lockdown.
In quest'ambito si conferma quell'autentico dramma che è la ricollocazione dei cosiddetti "anta" che spesso hanno una famiglia a carico e verso i quali le misure di sostegno lasciano a desiderare.
Accogliamo volentieri il suggerimento di Stefania S. e quanto prima torneremo sull'argomento.
5) ASSUNZIONE COL CONTO CORRENTE…
Ho ricevuto un'offerta da parte di una società e, successivamente, un contratto di lavoro. Il tutto senza sostenere un colloquio conoscitivo.
Dal momento che si tratta di un’azienda che opera nel campo del trasferimento di pagamenti, dovrei aprire anche un conto corrente. Mi stanno venendo molti dubbi…
A. F. - Per e-mail da Morino (L’Aquila)
Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Certamente suscita più di qualche dubbio un'offerta di lavoro proveniente da una società che nemmeno vuole conoscere il futuro dipendente magari solo attraverso l’invio del curriculum.
A maggior ragione, visti i presupposti, diffiderei di un preteso datore di lavoro che mi invitasse, per strette esigenze operative, ad aprire un conto corrente bancario a mie spese. Le cronache dei raggiri e delle triangolazioni di quattrini sono ricche di episodi del genere.
6) ANCORA SULLA GIUNGLA CALL CENTER
Ho letto in questa rubrica la denuncia di chi ha lavorato in un call center senza ricevere lo stipendio pattuito. Posso testimoniare che non si tratta di un caso isolato. Anch’io ho vissuto una situazione simile, anche se poi tutto si è risolto per il meglio.
Il fatto è che, accanto a strutture serie, ce ne sono altre che non hanno un rapporto corretto con i collaboratori. Sarebbe bene che si continuasse a fare luce su un settore nel quale lavorano centinaia di giovani e dove impera la legge della giungla.
G. R. - Per telefono da Frosinone
Rispetto alla stagione pioneristica, quando di regole non c’era nemmeno l’ombra, l’intero comparto non è più abbandonato a se stesso, tanto che i contratti in essere garantiscono di più e meglio i lavoratori.
Ma di strada ne resta ancora da fare, tanto più che il settore non ha ancora risolto il problema delle delocalizzazioni e quello del cosiddetto “massimo ribasso” che consente a società piuttosto disinvolte di subentrare ad altre con tariffe superscontate e spesso al di sotto dei prezzi di mercato.
Com’è possibile? È possibile – sostengono dipendenti, sindacati e strutture più serie – perché la differenza viene scaricata sui lavoratori, sforbiciando le retribuzioni. Pertanto, quando si è sul punto di cominciare un’attività con un call center è bene sapere chi si ha di fronte. E poi, in caso di inadempienze, non rassegnarsi ma individuare la strada migliore per ottenere il pieno riconoscimento dei diritti maturati.
7) LE MIE OTTO PROPOSTE PER LA SANITÀ
Si continua a parlare della Sanità in Italia. E si discute di che cosa non ha funzionato. Sicuramente ci sono state carenze e errori, ma nel complesso il nostro Servizio sanitario nazionale ha retto abbastanza bene e rimane uno dei migliori del mondo.
L’arrivo inaspettato del coronavirus ci ha trovati impreparati, con strutture non all’altezza per affrontare la grave situazione: carenza di posti letto per la rianimazione, carenza di materiale sanitario, carenza di medici e infermieri, carenza di servizi e presidi sanitari sul territorio. E poi, lasciatemelo dire, in alcune regioni i governatori non sono stati altezza dell’emergenza e tanti direttori generali si sono rivelati impreparati. E che dire di chi ha portato avanti una politica di privatizzazione della Sanità con continui finanziamenti e tagliando risorse e depotenziando le strutture pubbliche?
Io sostengo, invece, che c’è bisogno urgente di investire di più e meglio proprio nella sanità pubblica: la salute deve essere messa al primo posto nelle scelte culturali, economiche, sociali e politiche del nostro Paese.
Ecco alcune mie semplici proposte da rivolgere alle istituzioni e ai responsabili della sanità: 1) potenziare il Servizio sanitario nazionale con più risorse economiche, più strutture, più posti letto per la rianimazione, più medici e infermieri; 2) negli ospedali creare percorsi di sicurezza per evitare il contagio da coronavirus; 3) nell’ambito del piano sanitario locale potenziare velocemente le strutture sul territorio; 4) i dirigenti delle Agenzie territoriali della salute e delle Aziende socio-sanitarie territoriali siano nominati con concorsi pubblici, possibilmente internazionali (europei), secondo criteri di preparazione, competenza, capacità e onestà; 5) siano superate tra le regioni le disparità di trattamento; 6) appena pronto il vaccino anti Covid-16 sia messo a disposizione del Servizio sanitario nazionale in quantità sufficienti per la vaccinazione di tutti i cittadini; 7) che sia applicata appieno la legge 833, quella che ha istituito il nostro Servizio sanitario nazionale universalistico, con i suoi principi e gli obiettivi di prevenzione, cura e riabilitazione; 8) applicare su tutto il territorio nazionale l’articolo 32 della nostra bella costituzione in cui si stabilisce che il diritto alla salute deve essere garantito a tutti i cittadini e in eguale misura.
Per ultimo, un ringraziamento speciale a tutti gli operatori sanitari per il grande impegno e l’immenso sacrificio che ha consentito di salvare tante persone mettendo a rischio la loro vita.
Francesco Lena - Per e-mail da Cenate Sopra (Bergamo)
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 9/2020
1) Cara Inps, paga la cassa integrazione; 2) Il governo riuscirà a restare in sella?; 3) Se ci si rifiuta di lavorare nei festivi; 4) Il posto in banca non è più sicuro; 5) Pochi controlli sui bus di Roma; 6) Comprare un’auto con i “vizi occulti”
1) CARA INPS, PAGA LA CASSA INTEGRAZIONE
Sono tra coloro che hanno diritto all’assegno di cassa integrazione in deroga. I passaggi burocratici si sono conclusi lo scorso 8 aprile ma ancora non ho visto un euro. I tempi sono duri per tutti, ma ancora di più lo sono per chi ha perso un lavoro precario spesso poco retribuito.
Adesso vedo che con sempre maggiore frequenza si parla di rabbia sociale pronta ad esplodere. Chi ci governa deve prestare attenzione a quei cittadini che la crisi provocata dal coronavurs ha spinto oltre la soglia di povertà e che senza aiuto rischiano di non farcela.
A me sembra la solita Italia: a parole molto si promette ma poi nei fatti succede poco. In queste condizioni basta poco per accendere la miccia del risentimento…
Marco G. - Per e-mail da Roma
Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, sostiene che ormai non ci sono ritardi nei pagamenti in quanto la macchina dell’Istituto di previdenza, dopo qualche settimana difficile, ha preso il ritmo giusto. Anche per quanto riguarda il pagamento della cassa integrazione in deroga (Cigd).
Secondo Tridico, con la fine di maggio non dovrebbero più esserci pratiche arretrate. L’e-mail di Marco G. è giunta in redazione all’inizio di giugno e può darsi che, nel frattempo, la situazione si sia risolta per il meglio.
Certo è che l’Inps si è trovata a gestire una situazione come mai prima, con tanti fronti aperti dalla pandemia. La riorganizzazione degli uffici ha richiesto qualche settimana e ciò ha innescato un’esasperazione diffusa. Che in verità, nonostante le rassicurazioni, non è stata del tutto riassorbita.
Ricordiamo che la cassa integrazione in deroga spetta ai lavoratori subordinati con la qualifica di operai, impiegati e quadri, compresi gli apprendisti e i lavoratori somministrati, con un’anzianità lavorativa presso un’impresa di almeno 12 mesi. L’indennità è pari all’80% della retribuzione. La domanda deve essere presentata dall’azienda direttamente all’Inps.
Per maggiori informazioni clicca qui.
2) IL GOVERNO RIUSCIRÀ A RESTARE IN SELLA?
Intorno agli esami di maturità in tempi di Covid-19 c’è stato prima il balletto del si fa-non si fa, poi del come-si-fa e, infine, della loro organizzazione da parte degli uffici scolastici regionali. Ebbene, una volta dato il via libera è saltato fuori il problema della mancanza dei presidenti di commissione.
Con un’ordinanza è stato deciso, in fretta e furia, che per la nomina non era più necessaria un’anzianità di docenza di 10 anni e che, quindi, su questa base si poteva procedere alle nomine d’ufficio.
È questo l’ultimo inconveniente che vede la scuola in pieno marasma. Anche sui concorsi per la stabilizzazione degli insegnanti c’è stata un bel po’ di confusione e ancora non è ben chiaro in che modo comincerà l’anno scolastico 2020-2021. Che la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, non sia all’altezza?
Claudia Mauri - Per telefono da Roma
Il decreto Rilancio di 55 miliardi di euro dovrebbe rimettere in moto l’economia. A giudicare da ciò che si vede non so se ci si riuscirà. Nel governo ognuno marcia in ordine sparso e manca una visione strategica.
Se è vero che serve un impegno come quello messo in campo dopo la fine della seconda guerra mondiale, c’è da tremare.
Giuliana Marchi - Per e-mail da Roma
I soldi del Mes più i 172 miliardi di euro del recovery fund dovrebbero consentire all’Italia di uscire dalle sabbie mobili. L’Europa ha finalmente ha battuto un colpo, e che colpo. Sono più ottimista sul nostro futuro.
Lorenzo Milani - Per e-mail da Roma
Leggo che il governo di Giuseppe Conte avrebbe i mesi contati. Dopo l’estate e con l’economia ancora in panne pare che il nostro primo ministro sarà costretto a gettare la spugna.
Aumentano coloro che fanno il tifo per questa conclusione. Il nostro Paese ne trarrà giovamento? Non ne sono tanto sicuro visto ciò che passa il convento della politica.
Pino B. - Per e-mail da Napoli
Di messaggi sulle prospettive dell’Italia ne sono arrivati altri ma questi che pubblichiamo li riassumono bene.
Che cosa dire? Occorrerà vedere ciò che accadrà nelle prossime settimane e, soprattutto, su quando si potrà contare sul sostegno concreto dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di risorse perché le casse dello Stato si sono prosciugate.
Il nostro primo ministro sa che non può tirarla per le lunghe senza mettere quattrini freschi sul piatto. Se ciò avverrà abbastanza rapidamente potrà tirare un sospiro di sollievo. Sennò sarà complicato tenere in piedi la coalizione che lo sorregge.
3) SE CI SI RIFIUTA DI LAVORARE NEI FESTIVI
Se un’azienda chiede ad un suo dipendente di lavorare in un giorno festivo e il dipendente si rifiuta, l’azienda può evitare di mettergli in busta paga il relativo trattamento retributivo ordinario?
Carla Sartori - Per telefono da Roma
Le giornate festive prevedono una retribuzione ordinaria se non lavorate e straordinaria – cioè con una maggiorazione prevista dai contratti – se lavorate. In nessun modo il rifiuto di lavorare in uno di quei giorni riconosciuti dai Ccnl può determinare la cancellazione della parte ordinaria.
In questo senso si è espressa la Cassazione (sentenza 21209/2016) che ha condannato la decisione di un’azienda metallurgica che avendo chiesto ad alcuni operai di essere presenti in fabbrica l’8 dicembre ed essersi vista rispondere negativamente, non aveva inserito in busta paga il trattamento ordinario relativo alla festività non lavorata. La Suprema Corte, in sostanza, ha ribadito la validità della norma di legge secondo la quale il dipendente può astenersi dall’attività lavorativa durante determinate festività e, quindi, l’azienda non può mettere in discussione il relativo trattamento retributivo.
4) IL POSTO IN BANCA NON È PIÙ SICURO
Una volta il posto in banca era tra i più ambiti e sicuri. Da un paio d’anni il panorama è cambiato. Chiusura di filiali e licenziamenti. È un altro mito che crolla…
Mimmo Moretti - Per e-mail da Roma
È proprio così. Secondo fonti del settore, per esempio, se Intesa Sanpaolo dovesse riuscire ad acquistare Ubi Banca i dipendenti in uscita sarebbe 5.000. Naturalmente si tratterebbe di uscite volontarie garantite dal Fondo di solidarietà del settore.
Ci sono da calcolare, inoltre, i 6.000 esuberi di UniCredit e la riduzione del personale, in parte già effettuata, di Bnl, Mps, Bper e altri istituti di credito.
C’è da dire che, di solito, gli accordi con i sindacati prevedono che ogni due addetti in uscita ce ne sia uno in entrata. È un modo per tagliare i bilanci e accelerare il ricambio generazionale favorito dalla progressiva introduzione delle nuove tecnologie.
5) POCHI CONTROLLI SUI BUS DI ROMA
Meno male che siamo tornati alla normalità dopo le restrizioni del lockdown. Ormai non ci sono più chiusure e, dal 3 giugno, ci si può spostare liberamente in tutta Italia. Restano, però, in vigore le misure per contenere la diffusione del Covid-19 come le sanificazioni, il distanziamento, le mascherine e, dove previsto, l’uso dei guanti.
Io vivo a Roma e per ragioni di lavoro ogni mattina utilizzo i mezzi pubblici. Posso testimoniare che qui le cose non vanno come dovrebbero. Gli autobus, soprattutto nelle ore di punta, sono affollati come prima e tutti fanno finta di niente.
Ma non si è detto che, in questi casi, gli autisti dovrebbero intervenire saltando persino le fermate? E che ci sarebbe stata più sorveglianza? La sindaca, Virginia Raggi, non può limitarsi a firmare ordinanze con le quali si appioppano multe a pioggia e insistere per l’inutile costruzione della funivia Casalotti-Battistini che dovrebbe costare più di 100 milioni di euro.
Non voglio mischiare capre e cavoli, ma rendere più sicuri i viaggi su bus e metro dovrebbe venire prima di tutto: non possiamo permetterci un ritorno in forze del coronavirus. L’occupazione ha subito colpi durissimi. Il rischio è che, nonostante tanti sacrifici, possa finire definitivamente fuori combattimento.
Paolo Comi - Per e-mail da Roma
In effetti, nelle ore di punta e su alcune linee succede ciò che il lettore ha descritto. E oggi, tra l’altro, le scuole sono chiuse. Che cosa accadrà a settembre?
Speriamo che la sindaca Raggi riesca a mettere in campo – e per tempo – idee utili e praticabili. Intanto, qualche controllo in più sui mezzi pubblici non guasterebbe.
6) COMPRARE UN’AUTO CON I “VIZI OCCULTI”
Non c’entra con il lavoro ma l’argomento è di interesse generale in quanto c’è di mezzo la tutela di noi consumatori.
Per esempio, che cosa succede (e che cosa può fare) chi ha acquistato un’auto usata trovandosi quasi subito nei guai per una serie di guai meccanici?
Siccome una cosa analoga è capitata anche me, mi piacerebbe avere maggiori ragguagli.
Stefano Roberti - Per e-mail da Roma
Anche in questo caso, c’è una lontana sentenza (21204/2016) della Corte di Cassazione secondo la quale la clausola “vista e piaciuta” che di solito accompagna i contratti di acquisto non può avere la meglio sui “vizi occulti”, anche se questi non sono imputabili al venditore ma al costruttore.
In sostanza, è stata respinta l’impostazione secondo la quale con il termine “vista e piaciuta” si accetta il bene comprato così com’è, punto e basta. Invece, di fronte ai “vizi occulti” c’è chi ne deve rispondere. Il venditore oppure il costruttore.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 8/2020
1) La scuola, gli esami e i dubbi sul futuro. 2) Occhio, c’è chi truffa utilizzando l’Inps. 3) Maternità e blocco dei licenziamenti. 4) Stalking: violenza fisica e morale. 5) Insegno l’inglese però… gratis
1) LA SCUOLA, GLI ESAMI E I DUBBI SUL FUTURO
D) Dopo un lungo tira e molla è stato deciso che gli esami di maturità cominceranno il 17 giugno. Si svolgeranno in aula e la prova dovrebbe durare un’ora. Visto come ci si è arrivati, credo che nessuno verrà bocciato. Del resto, la percentuale dei promossi era già altissima negli scorsi anni, figuriamoci se con la situazione che si è creata i prof vorranno usare il pugno duro.
Capisco che diplomare tutti senza un minimo di confronto avrebbe potuto suscitare polemiche, ma così non è la stessa cosa? La scuola, come il Paese, ha attraversato e sta attraversando un periodo difficile. La speranza è che quando a settembre le aule torneranno a riempirsi sia già cominciata una nuova era. Auguri a tutti i ragazzi.
Carla Massei - Per e-mail da Roma
D) Non mi va di fare quello al quale non va bene niente, però quest’anno l’esame di maturità rischia di diventare un pro forma. Tra l’altro sarà un problema nominare anche i presidenti delle commissioni perché mancano i candidati.
La ministra Lucia Azzolina ha voluto mandare un segnale di ritorno alla normalità insistendo per lo svolgimento degli esami. Forse qualche ragione ce l’ha però, come al solito, si è arrivati alla decisione tra mille giravolte.
La scuola ha bisogno di un salto di qualità che la presenza del coronavirus sta rendendo più complicato. Il futuro dell’Italia è legato anche alle risposte che saremo in grado di dare a questo problema.
Filippo R. - Per e-mail da Roma
D) Mio figlio ha provato a seguire le lezioni stando seduto davanti al computer. Certo, non tutto è filato liscio ma è stata un’esperienza utile. So però di altri ragazzi che hanno avuto difficoltà con i collegamenti e che, quindi, solo in parte hanno potuto sfruttare la didattica a distanza.
È un peccato perché se la decisione di chiudere le scuole per arginare la diffusione del coronavirus è stata giusta forse si poteva fare uno sforzo in più per mettere tutti nella condizione di mantenere online un contatto costante e proficuo con i professori.
Gianni Orazi - Per e-mail da Roma
D) In un modo o nell’altro l’anno scolastico 2019-2020 si avvia alla conclusione. Ciò che mi preoccupa è che cosa accadrà a settembre quando riprenderanno le lezioni. Per esempio: le aule non potranno essere affollate come prima e quindi ce ne vorranno di più. Ma gli insegnanti di cui ci sarà bisogno da dove salteranno fuori? E il personale amministrativo e di servizio?
È vero che sono stati indetti concorsi per mettere fine al precariato, ma ciò non significa aumentare il numero dei docenti quanto dare una giusta sistemazione a chi già aveva una cattedra. E allora? Si ricomincerà con i contratti a tempo e con nuove graduatorie?
La scuola italiana è riuscita finora ad andare avanti grazie all’abnegazione e alla professionalità del corpo insegnante. Cogliendo l’occasione delle risorse messe a disposizione dall’ultimo decreto del governo si dovrebbe provare a dare una bella sistemata al nostro mondo dell’istruzione. Sul serio e senza troppe furbizie.
Paola Piccinini - Per e-mail da Viterbo
D) La ministra Azzolina non si è comportata male. Si è barcamenata tra ipotesi diverse e ha poi deciso che gli esami di maturità e quelli di terza media andavano fatti. D’accordo, niente di impegnativo però così i ragazzi hanno sentito il dovere di continuare a impegnarsi.
E adesso? Che cosa accadrà con il nuovo anno scolastico? È bene sperare in una sensibile ritirata del coronavirus, altrimenti…
Marina Grosso - Per e-mail da Roma
D) Questo affare della didattica a distanza ha scavato ancora di più il fossato tra i ceti sociali. Non in tutte le famiglie, infatti, sono diffusi pc, tablet, smartphone e quant’altro, e non tutti sanno usarli al meglio. L’accesso all’istruzione è un diritto universale. Mi pare che si cominci a metterlo in dubbio.
Carlo Maselli - Per e-mail da Roma
R) I collegamenti online hanno dato una grossa mano a tenere comunque acceso il rapporto tra studenti e insegnanti. Sennò tutto si sarebbe spento e riacceso solo con l’avvio del prossimo anno scolastico.
L’emergenza Covid-19 ha costretto ad accelerare sul versante della digitalizzazione. La scuola e il mondo della produzione si sono trovati a fare i conti con una situazione che ha imposto scelte impensabili fino a qualche mese fa. Si pensi allo smart working, cioè al cosiddetto lavoro agile, che ha cambiato il modo di concepire il rapporto tra ufficio e dipendenti. E si pensi, a proposito della scuola, alla possibilità che tanti giovani hanno avuto di laurearsi dialogando con i professori attraverso internet.
Ma non tutto è stato un successo. Lo smart working – al di là dell’uso che ne è stato fatto sotto la spinta della necessità – ha bisogno di essere rivisto per trovare il corretto punto di equilibrio tra esigenze aziendali e operatività. Così come il “professore in video” non sempre ha risolto i diversi aspetti della didattica.
Un’indagine promossa dalla comunità di Sant’Egidio su 800 bambini di 44 scuole primarie di Roma del centro e della periferia, ha accertato che il 61% degli alunni non ha mai seguito una lezione online. All’interno di una quota del 31%, invece, il 49% ha assistito a un paio di lezioni a settimana, l’11% a una sola lezione, e il 2% a cinque lezioni. Il restante 8% non ha più avuto contatti con la scuola dal giorno della chiusura.
Inoltre, appena il 5% ha avuto l’opportunità di ricevere dalla scuola un pc o un tablet.
Diversi e più incoraggianti sono i dati che chiamano in causa i ragazzi delle medie, degli istituti tecnici, dei licei e delle università. Ma anche qui c’è molta strada da fare.
Per la riapertura delle scuole e per la didattica a distanza nel “decreto rilancio” sono stati stanziati 331 milioni di euro che serviranno anche per la sanificazione degli ambienti, il potenziamento delle misure di protezione e dell’assistenza medica.
La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha annunciato, se il coronavirus tornerà a sfiorare i livelli di guardia, “una scuola più aperta, diversa, che esca dagli edifici scolastici: utilizzeremo di più tutti gli ‘stake holders’ della scuola, cioè oltre agli enti locali, le associazioni di volontariato che già collaborano con le istituzioni”.
2) OCCHIO, C’È CHI TRUFFA UTILIZZANDO L’INPS
D) Ho ricevuto sul mio pc l’invito a fornire il numero della mia carta di credito per ottenere un rimborso da parte dell’Inps. Il tutto con il classico logo dell’Istituto di previdenza. Molta è stata la meraviglia perché non ho in corso nessuna pratica di questo tipo.
Poi, leggendo meglio, mi sono accorto che il testo conteneva pure alcuni strani riferimenti. Allora ho pensato a un tentativo di raggiro. Ho telefonato all’Inps che ha confermato i miei sospetti.
Questo per mettere in guardia i vostri lettori. Occorre tenere sempre gli occhi aperti e cercare conferme alle e-mail che si ricevono.
Massimo M. - Per telefono da Roma
R) In effetti, l’Inps avverte che sono in corso tentativi di truffa tramite e-mail di “phishing” finalizzate a sottrarre fraudolentemente il numero della carta di credito, con la falsa motivazione che servirebbe a ottenere un rimborso o il pagamento del bonus di 600 euro previsto dal decreto “cura Italia”.
L’Istituto, nell’invitare a ignorare queste e-mail che propongono di cliccare su un link per ottenere i quattrini, ricorda che le informazioni sulle sue prestazioni sono consultabili esclusivamente accedendo direttamente dal portale www.inps.it e che, per motivi di sicurezza, non invia mai e-mail contenti link cliccabili.
Il fenomeno del “phishing” non è nuovo. La Polizia postale avverte che si tratta di e-mail, solo apparentemente provenienti da banche, società, istituti pubblici e privati, che riferendo problemi di registrazione o di altra natura, invitano a fornire i propri dati riservati.
Solitamente nel messaggio, per rassicurare falsamente l’utente, viene indicato un collegamento (link) che rimanda solo apparentemente al sito web della banca, della società o dell’istituto. In realtà il sito al quale ci si collega è stato artatamente allestito identico a quello originale. Qualora l’utente inserisca i propri dati riservati, questi entrano nella disponibilità dei truffatori telematici che li utilizzano per prosciugare i conti.
3) MATERNITÀ E BLOCCO DEI LICENZIAMENTI
D) Otto mesi fa sono diventata mamma per la seconda volta. Pochi giorni fa ho ricevuto, insieme a un’altra decina di persone, la lettera di licenziamento. L’azienda presso la quale lavoro è sicuramente in difficoltà ma credo che il provvedimento preso nei miei confronti non sia del tutto regolare. Ne ho parlato con il mio rappresentante sindacale ma vorrei anche il vostro parere.
M. R. - Per telefono da Roma
R) In materia di maternità e tutela delle donne lavoratrici la legge è chiara. La lavoratrice madre, infatti, non può essere licenziata (tranne che per giusta causa, cessazione dell’azienda o scadenza del termine in caso di rapporto di lavoro a tempo determinato) dall’inizio della gestazione e fino al compimento di un anno di vita del bambino.
Durante lo stesso periodo non può esserci neppure la sospensione dal lavoro, a meno che non si tratti di sospensione dell’intera azienda o di un intero reparto.
In caso di licenziamento entro il periodo protetto, si ha diritto a ottenere il ripristino del rapporto di lavoro, presentando – entro 90 giorni – la documentazione comprovante lo stato di gravidanza o di puerperio. In sostanza, il licenziamento è da considerare nullo, cioè come mai avvenuto (sentenza della Corte Costituzionale) e la lavoratrice ha diritto al risarcimento dei danni (sentenza della Corte di Cassazione).
Comunque, il “decreto rilancio” ha stabilito che i licenziamenti sono sospesi per 5 mesi, anche per giustificato motivo. Quindi ci sono tutti gli estremi per impugnare l’iniziativa presa dall’azienda.
4) STALKING: VIOLENZA FISICA E MORALE
D) È vero che nello stalking, oltre alla "violenza fisica", si può leggere anche la "violenza morale"? Se così fosse, la responsabilità di chi commette questo tipo di violazione sarebbe decisamente più pesante.
Dal momento che nei luoghi di lavoro le discriminazioni non accennano a diminuire, mi sembra opportuno – se così fosse – farlo sapere in modo che tutti i protagonisti di episodi spiacevoli in fabbrica o in ufficio siano avvertiti.
s. m. - per telefono da ceccano
R) In effetti, la Cassazione (sentenza 10959) ha stabilito che, a proposito di stalking, la violenza fisica può comprendere anche la violenza morale, in ragione di una più attenta lettura delle normative interne e di quelle dell'Unione europea.
Più nel dettaglio, le sezioni unite della Corte hanno ritenuto doverosa un'interpretazione estensiva del concetto di stalking che comprenda – appunto – non solo le aggressioni fisiche, ma anche quelle morali e psicologiche. Pertanto, lo stalking rientra tra le ipotesi significative di violenza di genere che "richiedono particolari forme d protezione a favore delle vittime".
5) INSEGNO L’INGLESE PERÒ… GRATIS
D) Tempo fa sono stato assunto da una società privata che organizza corsi di inglese (io sono insegnante di questa lingua) con un contratto a progetto. Ho portato avanti tre corsi nell'arco di due anni ma sono stato pagato solamente per uno, e nemmeno per intero.
Il primo anno non ho firmato contratti perché mi sono fidato della parola data. Ebbene, non sono stato retribuito ma, se non altro, sono riuscito ad ottenere la regolarizzazione della mia posizione e, insieme, la promessa di "tanti" impegni futuri.
Per il secondo corso mi è stato corrisposto gran parte del compenso dovuto. Ma con il terzo riecco i problemi: lezioni sì, quattrini niente. Per non turbare gli allievi, che avevano pagato e che quindi avevano diritto al servizio, sono comunque andato avanti sollecitando la titolare a darmi quello che mi spettava.
Tutto questo prima del coronavirus. Ora che tutto sta riprendendo non voglio che la cosa passi sotto silenzio. È legale tutto ciò? In che modo la legge può tutelarmi? A chi posso rivolgermi?
F. P. - Per e-mail da Roma
R) Il lavoro deve essere sempre retribuito, al di là della configurazione che si dà ad un determinato tipo di rapporto, sia esso dipendente, autonomo, a tempo determinato o indeterminato o a progetto.
Nel caso lamentato, il lettore ben avrebbe potuto o potrebbe ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere quanto non corrisposto. Se si ha un documento comprovante il totale degli importi, si potrà anche ottenere l’ingiunzione di pagamento.
Diversamente occorrerà presentare un ricorso ordinario nel quale si dovrà provare con mezzi di prova testimoniali le prestazioni svolte e, per l'effetto, ottenere la condanna del datore a pagare il dovuto.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 7/2020
1) Ancora Alitalia. Veri i 2.000 esuberi? 2) Coronavirus, le norme e i… giardini. 3) Quel lavoro nei campi a 3,50 € l’ora. 4) Smart working: come dopo la crisi? 5) 3 al curriculum nessuno risponde. 6) Quando si rifiuta il lavoro nei festivi
1) ANCORA ALITALIA. VERI I 2.000 ESUBERI?
D) Nello scorso numero un dipendente di Alitalia – almeno così mi è sembrato – ha scritto per esprimere la sua preoccupazione sul futuro della compagnia. Io lavoro in quello che viene definito indotto e sono ugualmente in ansia perché se per gli interni ci sono le tutele sociali, a cominciare dalla cassa integrazione, per molti di noi in caso di licenziamento la situazione sarebbe ben più dura in quanto i nostri contratti spesso non sono così garantiti.
Ho letto che il governo, dopo tanti tentativi, avrebbe trovato una soluzione. Come stanno le cose? Che cosa ci prepara il futuro?
Marco S. - Per e-mail da Roma
R) Il 22 aprile il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, parlando davanti alla commissione Trasporti della Camera ha delineato come Alitalia proverà a uscire dalla crisi. Questi i punti principali: 1) all’inizio di giugno si costituirà una Newco pubblica nella quale, al posto di Delta e SkyTeam, subentreranno i tedeschi di Lufthansa; 2) il passaggio delle consegne è legato al fatto che il 21 maggio scade la joint venture transatlantica con Delta e, siccome gli americani hanno firmato un accordo con Virgin Atlantic e con Air France-Klm, di fatto l’alleanza non ha più ragione di essere; 3) in un primo momento, comunque, per accelerare i tempi, la Newco sarà al 100% in mano pubblica; 4) anche perché, a causa del coronavirus che ha colpito l’insieme del trasporto aereo, Alitalia ha subito un calo del fatturato dell’87,5% e senza l’intervento del governo gli effetti potrebbero essere “dirompenti e devastanti”; 5) gli aerei in servizio passeranno dai 113 dell’attuale flotta a 90; 6) nel consiglio di amministrazione potrebbero entrare anche i sindacati “secondo un modello che funziona in altri Paesi”; 7) nel piano industriale il 30% dei collegamenti dovrebbe riguardare il lungo raggio che è stato uno dei punti deboli della compagnia.
A parte le tecnicità strutturali, che cosa accadrà al personale? Patuanelli ha detto che “parlare di esuberi zero è molto difficile”. Qualcuno ha ipotizzato la cifra di 2.000 esuberi. Certo è che davanti al comparto si prospettano mesi difficili. I gestori aeroportuali hanno calcolato per il 2020 una contrazione del fatturato di 1,6 miliardi di euro.
Anche l’indotto non riuscirà ad evitare contraccolpi. I sindacati sono in allarme. Le tutele e le garanzie sociali debbono essere estese a tutti.
2) CORONAVIRUS, LE NORME E I… GIARDINI
D) Il 4 maggio l’Italia è tornata a muoversi. Lo aveva già fatto nelle settimane precedenti ma da qualche giorno gran parte delle fabbriche e degli uffici hanno ripreso l’attività. In giro, ovviamente, c’è molta più gente e seppure le regole del distanziamento mi pare che vengano abbastanza rispettate il vero rischio è per i cittadini che devono utilizzare i mezzi pubblici.
A Roma, in certe fermate e in certe ore, la gente si accalca e, nonostante gli avvertimenti, a bordo non sempre tutto funziona come dovrebbe. Non possiamo permetterci il ritorno del coronavirus. Attenzione.
Clara Manzini - Per telefono da Roma
D) Dopo un bel po’ di tempo i parchi di Roma sono di nuovo a disposizione. Meno male ma che tristezza: i prati sono rinseccoliti e arbusti e alberi avrebbero bisogno di manutenzione.
Perché non si è approfittato della chiusura per dare una sistemata? Magari assumendo il personale necessario visto che il servizio giardini del Comune è ridotto ai minimi termini? È così difficile programmare certi lavori?
Leandro Furi - Per e-mail da Roma
D) Covid-19 ha terremotato tutto e tutti e ci ha costretto a cambiare abitudini e stile di vita. Anche nelle fabbriche e negli uffici nulla è più come prima se non altro per ragioni di sicurezza. Il ritorno alla progressiva normalità continua a preoccupare i virologi e gli addetti alla sanità. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato che “dobbiamo imparare a convivere con il coronavirus”. Cioè a rispettare le norme destinate a impedirne la diffusione.
R) Vedremo tra un paio di settimane il bilancio della ripartenza. Invece non dobbiamo aspettare per dire che il verde pubblico della Capitale era ed è rimasto abbandonato a se stesso.
3) QUEL LAVORO NEI CAMPI A 3,50 € L’ORA
D) Tra le cose che in Italia si fa fatica a capire c’è quella dello sfruttamento di chi lavora nei campi. Ogni anno, in occasione dei raccolti, escono fuori puntualmente i racconti di chi per pochi euro è costretto a stare fino a 10-11 ore a riempire cassette di pomodori, di ortaggi, di frutta, di uva e quant’altro.
Pochi giorni fa un quotidiano ha pubblicato un reportage da Cerignola, Foggia e San Severo dove per 3,50 euro l’ora un esercito di rumeni, bulgari, polacchi e africani viene scelto e ingaggiato dai caporali.
Ciò che mi meraviglia è che di questo traffico umano si sa tutto: come si svolge, chi sono coloro che lo gestiscono e chi ne beneficia, cioè i proprietari di grandi appezzamenti di terreno.
Ma non succede niente. Perché? Come si può avere fiducia in un Paese che sa ma che preferisce chiudere gli occhi?
Mattia Perini - Per e-mail da Latina
R) Forse il lettore si riferisce all’articolo di Giuliano Foschini uscito su “Repubblica” il 27 aprile dal titolo: “Tra i braccianti di Foggia sequestrati dai caporali”. Ebbene sì, le vicende si ripetono con crudele puntualità nonostante – come è stato scritto – “il grande sforzo degli ultimi tempi di Prefettura, Polizia e Procura distrettuale antimafia”.
Ma c’è una novità: gli africani, via via, si sono sindacalizzati e sono meno propensi a lasciarsi prendere per il collo, e così si è dato il via libera alla manodopera proveniente dai Paesi dell’Est Europa. Lo ha riconosciuto anche Raffaele Falcone della Flai-Cgil.
Tra l’altro, le organizzazioni criminali utilizzano il movimento delle merci anche per il traffico della droga. Ma c’è da dire che gli “stipendi” così bassi derivano dalla logica di un mercato, dominato dalla grande distribuzione, che richiede prezzi sempre più bassi.
Il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Rao, ha dichiarato che “se si regolarizzassero i lavoratori i mafiosi perderebbero la loro capacità di ricatto”. Lo stesso è stato chiesto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e ai ministri dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, del Lavoro, Nunzia Catalfo, degli Interni, Luciana Lamorgese, e del Sud, Giuseppe Provenzano, da una proposta sottoscritta da tante associazioni, tra cui Slow Food Italia. Secondo cui “regolarizzare chi è costretto a vivere in queste condizioni significherebbe agire a tutela dell’interesse nazionale e di un settore oggi più che mai strategico come quello della filiera agricola, facendo dell’emergenza coronavirus e delle sue disastrose conseguenze un’occasione per alzare l’asticella dell’equità, significherebbe rifiutare un sistema di compromessi al ribasso che si paga sulla pelle di chi è più fragile, e fare un passo in più verso un futuro in grado di garantire un cibo buono, pulito, giusto e sano per tutti”.
Come non essere d’accordo? Eppure la parola “regolarizzazione” continua a dividere il nostro Paese.
4) SMART WORKING: COME DOPO LA CRISI?
D) D’accordo con l’azienda presso la quale lavoro io e qualche altro collega abbiamo provato a sperimentare lo smart working. Più che altro per necessità viste le restrizioni imposte dal coronavirus. Adesso che l’emergenza è in parte rientrata siamo tornati in ufficio.
Cosa dire? Per certi aspetti l’esperimento ha funzionato: per esempio, niente più auto per andare e tornare con risparmio di tempo e di… benzina. Ma è mancato un vero rapporto con i responsabili e il tutto mi è sembrato un po’ rarefatto. A parte problemini tecnici di varia natura.
Insomma, in questo modo siamo riusciti a continuare gli impegni senza interruzione, però non mi è sembrata una soluzione ideale.
Vittorio C. - Per e-mail da Roma
R) In queste settimane si è parlato molto di smart working. Lo ha fatto anche “Lavoro Facile” con un paio di speciali usciti negli ultimi numeri. L’impressione è che la necessità di frenare la pandemia abbia incoraggiato il ricorso al lavoro a distanza che, negli altri Paesi, è ben più consolidato.
I risultati sono in chiaroscuro: bene per certi aspetti, meno bene per altri. Anche perché siamo stati presi alla sprovvista e il ritardo dello sviluppo tecnologico (leggi, per esempio, fibra ottica) non è stato d’aiuto.
Il Centro Studi Confindustria, sottolineando come chi utilizza il lavoro agile incrementi la produttività, rafforzi il legame con la propria impresa e, contemporaneamente, contribuisca a ridurre i costi logistici aziendali oltre che il traffico e l’inquinamento, ha però precisato che per massificarne diffusione e vantaggi anche dopo la crisi “sono necessari una semplificazione permanente delle regole e un nuovo approccio alla gestione del personale che privilegi un’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi”.
Dal canto suo, il Comune di Roma ha cominciato a diffondere nei luoghi di lavoro un questionario sulle tendenze in materia di spostamenti, orari e uso di bus e metro da parte dei lavoratori così da capire meglio come lo smart working possa incidere sulla vita delle persone, delle imprese e della stessa città. Ad essere interpellati sono 350.000 dipendenti di ditte pubbliche e private.
5) E AL CURRICULUM NESSUNO RISPONDE
D) Come mai le aziende alle quali si inviano i curricula non si degnano mai di un cenno di risposta? È davvero una scortesia che non tiene conto delle aspettative di chi è senza lavoro… I tempi sono quelli che sono, e sono tante le persone alla ricerca di un posto.
Ma, appunto, sono persone e non numeri. Quando diventeremo un Paese normale con diritti e doveri equamente ripartiti? Chi pubblica un annuncio di ricerca del personale dovrebbe poi sentire l’obbligo di farsi vivo con chi a quell’annuncio ha deciso di rispondere. O no?
M. S. e altri - Per e-mail e per telefono da diverse località del Lazio
R) Spesso è proprio così. Gli uffici del personale o delle risorse umane di aziende anche importanti e strutturate hanno l’abitudine di rispondere solo ai curricula più in linea con i profili di cui c'è bisogno. Davvero una brutta tendenza che, purtroppo, sembra resistere a qualsiasi critica. Perché inviare un messaggio di presa visione con, magari, una valutazione della domanda dovrebbe essere scontato. Invece...
6) QUANDO SI RIFIUTA IL LAVORO NEI FESTIVI
D) Se un’azienda chiede ad un suo dipendente di lavorare in un giorno festivo e il dipendente si rifiuta, l’azienda può evitare di mettergli in busta paga il relativo trattamento retributivo ordinario?
Carla Sartori - Per telefono da Roma
R) Le giornate festive prevedono una retribuzione ordinaria se non lavorate e straordinaria – cioè con una maggiorazione prevista dai contratti – se lavorate. In nessun modo il rifiuto di lavorare in uno di quei giorni riconosciuti dai Ccnl può determinare la cancellazione della parte ordinaria.
Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 21209/2016 che ha condannato la decisione di un’azienda metallurgica che avendo chiesto ad alcuni operai di essere presenti in fabbrica l’8 dicembre ed essersi vista rispondere negativamente, non aveva inserito in busta paga il trattamento ordinario relativo alla festività non lavorata. La Suprema Corte, in sostanza, ha ribadito la validità della norma di legge secondo la quale il dipendente può astenersi dall’attività lavorativa durante determinate festività e, quindi, l’azienda non può mettere in discussione il relativo trattamento retributivo.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 6/2020
1) Coronavirus. noi diciamo che…; 2) Il futuro dei dipendenti ali'Alitalia; 3) Ancora sul bonus baby sitting; 4) Aprire un'attività di acconciatore; ) Infortuni sul lavoro e tirocini
1) CORONAVIRUS. NOI DICIAMO CHE…
Voglio ringraziare tutti gli operatori sanitari che stanno combattendo con grande coraggio contro il coronavirus. Sono il volto migliore dell’Italia, quello che ci consente di sperare in un futuro migliore.
Renato Cappellini - Per e-mail da Roma
Ormai è evidente che medici e infermieri, soprattutto all’inizio della pandemia, sono stati lasciati senza le necessarie protezioni. Una mancanza che in troppi hanno pagato a prezzo della vita.
Sono d’accordo con quello che ha scritto un lettore nello scorso numero: ci vorrebbe qualcuno che prendesse nota di tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in questi giorni per poi tirarne le somme. Non per gettare la croce addosso a nessuno ma per fare la storia di come sono andate davvero le cose. Sono convinto che in giro non ci siano solo eroi.
Michele Giorgi - Per e-mail da Roma
Ma come è possibile che dopo tanti appelli ci siano ancora persone che se ne fregano dei divieti, non rispettano le distanze e continuano ad andare in giro come se niente fosse? Così facendo non mettono a rischio solo la loro vita ma quella di tutti noi.
È una prova di inciviltà che, fortunatamente, riguarda una minoranza che però rischia di vanificare i sacrifici che tutti stiamo facendo per venire fuori da una crisi senza precedenti. L’Italia dei furbetti non manca mai di mettersi in mostra…
Roberta Fassi - Per e-mai da Roma
Mascherine sì, mascherine no. Guanti sì, guanti no. Bambini a spasso sì, bambini a spasso no. E così via. Perché di fronte a Covid-16 non si è scelta per le informazioni una sola fonte autorevole e riconosciuta? E poi che cosa pensare di quei politici che, con l’occhio rivolto ai voti e sfruttando la situazione drammatica del Paese, hanno detto tutto e il contrario di tutto?
Adesso le polemiche non servono. Serve battere il coronavirus. Ma quando sarà tutto finito non sarà male ricordare chi e come.
Stefano Amoroso - Per e-mail da Napoli
Apprendo oggi che non si sa ancora come si diffonde Covid-19. È vero che la scienza avanza passo dopo passo e che questo virus è esploso all’improvviso ma un po’ più di cautela forse ci avrebbe reso tutti più guardinghi. Vi ricordate quando ci assicuravano che le mascherine non servivano?
Tina Maurizi - Per e-mail da Roma
Quando torneremo alla normalità? Ho l’impressione che ci vorranno mesi. Questo virus non sparisce di fronte al cosiddetto “distanziamento sociale”. Quindi, in attesa della scoperta del vaccino, bisognerà conviverci. In Cina continuano a temere una contaminazione di ritorno e lo stesso varrà anche per noi.
L’economia dovrà tenerne conto perché se anche le industrie riprenderanno via via l’attività c’è un problema di quattrini da immettere nel sistema: se i consumatori, nonostante i sostegni al reddito, non hanno più soldi da spendere c’è poco da stare allegri. Almeno nel breve tempo. Per questo l’unica salvezza può venire da un’Europa finalmente unita e consapevole che o ci si salva tutti insieme o tutti finiremo per pagarne le conseguenze.
Mi pare che di fronte alla tragedia del coronavirus il governo si stia comportando con dignità. Poche parole fuori posto, concretezza, decisioni in linea con le urgenze.
Certo Giuseppe Conte non può fare come Donald Trump e ordinare di stampare soldi in quantità: la Bce non è la Fed e ci sono regole da seguire. Ma la pressione verso l’Unione europea per una fase nuova è stata portata avanti con una certa abilità diplomatica e strategica.
Maurizio Colussi - Per e-mail da Roma
Tra i tanti ringraziamenti a chi ci consente di tirare avanti ne voglio rivolgere uno ai giornalai che sono rimasti aperti consentendoci così di leggere informazioni vere e controllate. Almeno i seminatori di fake news attraverso il web stanno avendo una vita più difficile.
Certo che occorre essere del tutto irresponsabili per confondere le idee e seminare balle da cui non tutti sanno difendersi in un momento in cui siamo costretti a stare a casa e a utilizzare di più i collegamenti internet. Per questo il ringraziamento ai giornalai e alla loro abnegazione. Mai come adesso si scopre il valore sociale del loro impegno.
Mariella Causi - Per e-mail da Roma
Questi messaggi inviati alla rubrica “Botta & Risposta” riflettono il pensiero di chi ogni giorno deve misurarsi con i problemi creati dal coronavirus. Considerazioni ad ampio raggio con i ringraziamenti al personale sanitario e i rilievi anche critici per certi aspetti della gestione della pandemia.
Verrà il tempo dei bilanci e delle valutazioni complessive. Oggi, come scrive Stefano Amoroso, non è il tempo delle polemiche. La situazione è ancora difficile e le prove da superare sono tante. C’è un quadro economico che richiede il massimo degli sforzi per scongiurare il declino del Paese e c’è da rimettere in moto il ciclo produttivo con il conseguente recupero dell’occupazione. Impegni che richiedono il massimo dell’unità. Poi, a mente fredda, si potranno individuare meglio meriti e demeriti.
2) IL FUTURO DEI DIPENDENTI ALITALIA
Che succede all’Alitalia? Il coronavirus ha sostanzialmente messo a terra la flotta e tra i dipendenti c’è preoccupazione. La nostra compagnia tornerà a volare? Che ne sarà dei piloti e di tutto il personale?
Sono tra coloro che vivono questi giorni con angoscia. C’è il nostro Paese alle prese con una crisi mai vista e c’è la mia azienda – sì, vi lavoro da oltre un decennio – che è ormai alla resa dei conti. Speriamo bene ma c’è da tremare.
J. S. - Per e-mail da Roma
I dipendenti di Alitalia sono circa 11.500. In cassa integrazione ce ne sono 5.000. Quale sarà il loro destino? Mentre fino allo scorso dicembre erano in corso trattative per mettere in piedi un Gruppo in grado di rilevarne la gestione, ora il salvataggio dovrebbe passare attraverso una sostanziale nazionalizzazione.
Nei fatti dovrebbe nascere una Nuova Alitalia nelle mani del ministero del Tesoro con la partecipazione in qualità di esperti strategici come Lufthansa e United.
È noto che dal 2017, dopo vari passaggi di mano (dai “capitani coraggiosi” chiamati in causa dal governo di Silivio Berlusconi fino a Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti) lo Stato ha versato nelle casse del vettore quasi 2 miliardi di euro.
Un intervento che non è mai stato preso bene dall’Unione europea. Però proprio in queste settimane l’Ue sembra avere cambiato atteggiamento: in sostanza okay al superamento delle rigide regole relative agli aiuti di Stato e, di conseguenza, alla nazionalizzazione. Il governo, quindi, può andare avanti e assicurare un futuro alla compagnia.
Un futuro che però è tutto da costruire. Dalla rete dei collegamenti alla forza lavoro. Alitalia, insomma, tornerà a solcare i cieli. Ma verso quali scali, con quali e quanti aerei, e con quanti dipendenti? Su questi versanti la partita è ancora aperta.
3) ANCORA SUL BONUS BABY SITTING
Credo di essere nelle condizioni per richiedere i 600 euro previsti dal bonus baby sitting. Allego la mia situazione lavorativa. Ne ho diritto?
Lucia A. - Per e-mail da Roma
Sì, ne ha diritto. Ricordiamo che il provvedimento (ne abbiamo già parlato nel numero scorso di “Lavoro Facile”) rientra nel decreto “Cura Italia” legato all’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus. In particolare, il decreto – che vale per uno solo dei genitori che hanno figli di età non superiore ai 12 anni – si articola in due punti.
Il primo prevede un congedo indennizzato per un periodo massimo di 15 giorni a partire dal 5 marzo 2020. Possono beneficiarne i dipendenti pubblici e i genitori che lavorano in strutture private, gli iscritti alla gestione separata e gli autonomi iscritti all’Inps.
Il secondo riguarda, in alternativa, un bonus per l’acquisto di servizi di baby sitting nel limite massimo di 600 euro.
Per leggere il testo integrale del provvedimento con le modalità da seguire clicca qui.
4) APRIRE UN'ATTIVITÀ DI ACCONCIATORE
Passata la tempesta coronavirus desidero aprire un’attività di acconciatore. In che modo è possibile ottenere tale qualifica? A chi ci si deve rivolgere?
G. S. - Per e-mail da Roma
In base alla legge 17 agosto 2005, n. 174, per esercitare l'attività di acconciatore è necessario dimostrare il possesso di uno di questi requisiti: a) frequenza di un apposito corso di qualificazione della durata di 2 anni seguito da un corso di specializzazione, ovvero da un periodo di inserimento della durata di 1 anno presso un’impresa del settore, da effettuarsi nell’arco di 2 anni, e superamento di un apposito esame teorico-pratico; b) titolarità di un esercizio di barbiere iscritto all'albo delle imprese artigiane e frequenza di un apposito corso di riqualificazione; c) esperienza professionale conseguita presso imprese di acconciatura in qualità di dipendente qualificato, familiare collaboratore o socio partecipante al lavoro con un periodo lavorativo a tempo pieno di 3 anni, da effettuarsi nell’arco di 5 anni, e dallo svolgimento di un apposito corso di formazione teorica. Il periodo di inserimento è ridotto a 1 anno, da effettuarsi nell’arco di 2 anni, qualora sia preceduto da un rapporto di apprendistato.
I corsi devono essere seguiti presso scuole riconosciute dalla Regione o dalla Provincia La normativa regionale può prevedere ulteriori specificazioni.
Dal 14 settembre 2012, in base al Decreto legislativo 6 agosto 2012 n. 147 (art. 15), le Camere di commercio non rilasciano più le qualifiche professionali per acconciatori ed estetisti. Da tale data, quindi, i soggetti che intendono svolgere l'attività di acconciatore devono documentare il possesso dei necessari requisiti professionali presentando telematicamente, tramite lo Sportello unico per le attività produttive (Suap), una segnalazione certificata di inizio attività (Scia) al Comune in cui ha sede l'impresa.
5) INFORTUNI SUL LAVORO E TIROCINI
La protezione contro gli infortuni nei luoghi di lavoro riguarda anche chi svolge un tirocinio a titolo gratuito?
Marta Brindisi - Per e-mail da Roma
Secondo il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il lavoratore è la persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari. Nella tutela Inail rientrano i lavoratori dipendenti, i parasubordinati e alcune tipologie di autonomi, come artigiani e coltivatori diretti.
Maggiori informazioni sul sito dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: https://www.inail.it/cs/internet/home.html
Invece, per ciò che concerne il tirocinio, quello a titolo gratuito non è più previsto dalle norme in vigore e sono le Regioni (Dgr n. 112 del 22 febbraio 2018) che ne regolano lo svolgimento. La durata va da 2 mesi a 12 mesi. Nel Lazio, l’entità del rimborso minimo è di 800 euro mensili per un periodo massim0 di 6 mesi.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 5/2020
1) Coronavirus. la voce dei lettori; 2) Covid-19. Grazie ai medici e infermieri; 3) Come ottenere il bonus baby sitter; 4) Dal piccolo furto al licenziamento; 5) Il costo dell’abbandono scolastico
1) CORONAVIRUS. LA VOCE DEI LETTORI
D) Forse il coronavirus all’inizio è stato preso alla leggera. Poi siamo corsi ai ripari e le misure che abbiamo adottato sono state prese da esempio. Mi pare che, tutto sommato, ci stiamo comportando bene. Una bella prova dell’Italia in un momento davvero drammatico.
Carlo Leoni - Per email da Roma
D) Ma non ci avevano detto che il Covid-19 era poco più di un’influenza? Probabilmente è stato anche questo a non suscitare subito quell’allarme che sarebbe stato doveroso. Eppure non ho sentito nessuno fare autocritica.
Cinzia Montini - Per e-mail da Roma
D) Leggo che sono decine di migliaia i controlli di polizia e carabinieri e che sono tanti coloro trovati in strada senza un motivo valido. C’è sempre gente che se ne frega delle regole nonostante il rischio di dare un’ulteriore spinta al contagio. Spero che vangano punti con severità.
Roberta F- Per e-mail da Firenze
D) L’incalzare degli eventi, il susseguirsi dei contagiati e dei morti, la ricerca delle apparecchiature sanitarie per arginare la corsa dell’epidemia e le misure da mettere in campo per salvare la nostra economia, ci hanno fatto rapidamente scordare le dichiarazioni rilasciate via via da importanti esponenti politici.
A questo punto è inutile rilanciare la polemica. Ma quando tutto sarà passato non sarà male rileggere un po’ la storia del coronavirus in Italia. Ricordo al volo che ci sono stati personaggi di primo piano che hanno bollato le prime misure restrittive come un attentato alla libera circolazione e all’economia. Salvo poi invertire la rotta e auspicare un bocco totale e impenetrabile.
Un consiglio a qualche giornalista di buona volontà: perché non prendere nota di tutto e poi scrivere un libro? Così, giusto per non dimenticare.
Claudio Sforza - Per telefono da Roma
D) Un applauso convinto al primo ministro Giuseppe Conte. Un paio di anni fa era sostanzialmente uno sconosciuto. Oggi, di fronte al cataclisma coronavirus, ha dimostrato di saperci fare riuscendo a mediare tra posizioni all’inizio anche contrastanti.
Non so quando e come finirà la sua avventura a Palazzo Chigi. Ma di sicuro si è guadagnato sul campo meriti e consensi. Tutto propellente per una futura carriera di leader politico.
Cesare Fiorini - Per e-mail da Roma
D) Un primo piano da 25 miliardi contro i danni provocati coronavirus e un altro è in arrivo. Giusto. Del resto non si poteva fare altrimenti. Anche gli altri Paesi hanno fatto lo stesso. Il punto è che sono soldi che vanno ad accrescere il nostro debito che è già astronomico.
Come e quando potremo rimetterci in carreggiata? La speranza è che siccome i problemi non sono soltanto nostri, l’Europa nel suo insieme possa adottare programmi di rilancio dell’economia che non tengano più conto dei vecchi parametri. Insomma, dalla crisi potrebbe uscire fuori un’Unione non più dominata dalle banche ma dalla politica. Utopia?
Gianni Di Bella - Per telefono da Roma
D) È anche grazie ai giornali e ai loro approfondimenti se siamo riusciti a non cadere preda delle fake news che pure in questa triste circostanza non hanno mancato di confondere e di rompere le scatole. La stampa libera resta sempre un pilastro della nostra democrazia.
Michele Filzi - Per e-mail da Roma
R) Sono molti i messaggi arrivati in redazione sul coronavirus. Li abbiamo divisi in due blocchi. Il primo, questo, comprende quelli di carattere più generale che prendono in considerazione aspetti diversi. Il secondo fa riferimento al lavoro del personale sanitario che costituisce davvero la prima linea contro la diffusione dell’epidemia.
Ci piace ricordare ciò che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto lo scorso 5 marzo: “Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime. Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno di sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione. Alla cabina di regia costituita dal governo spessa assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni di collaborazione con le Regini, coordinando le varie competenze e responsabilità… Dobbiamo e possiamo avere fiducia nell’Italia”.
2) COVID-19. GRAZIE AI MEDICI E INFERMIERI
- Medici, infermieri e tutti coloro che da settimane combattono sul fronte del coronavirus sono il volto migliore dell’Italia.
Loretta Spini - Per e-mail da Roma
- Il coronavirus sta mettendo a dura prova il nostro sistema sanitario. Però meno male che ce l’abbiamo. Provo un brivido pensando a quei cittadini americani che non possono pagarsi l’assicurazione e che per una semplice visita al pronto soccorso devono sborsare fino a 3.000 dollari. Difendiamo ciò che abbiamo. Anzi, se possibile, miglioriamolo.
Marcello Vietti - Per e-mail da Roma
- A chi sta operando nei nostri ospedali va tutto il mio ringraziamento. L’Italia non è tutta da buttare via. Coraggio.
R. B. - Per e-mail da Frosinone
- Infermiere stremate dalla fatica, medici che non vanno nemmeno a casa per non lasciare le corsie, volontari che si prodigano come non mai per dare una mano a chi ne ha più bisogno. È proprio bella quest’Italia dell’abnegazione e del dovere.
Marco Bucci - Per e-mail da Roma
- Grazie a tutti quanti stanno lavorando negli ospedali. Senza di loro non so che cosa sarebbe successo. Confido che i nostri ricercatori sappiano trovare il vaccino contro il coronavirus. Viva l’Italia.
Stefania Corsi - Per e-mail da Roma
- Non vanno in televisione a gonfiare il petto, non rilasciano interviste se non quando è necessario, i loro nomi sono sconosciuti ai più: eppure sono loro, i nostri medici e i nostri infermieri, che stanno salvando l’Italia. Serietà e professionalità. Tanti politici dovrebbero prendere esempio.
Ettore Marchi - Per e-mail da Roma
- Un applauso a medici e infermieri. Ricordiamoci di loro anche quando sarà passata l’emergenza del coronavirus.
Paola Mantovani - Per e-mail da Latina
- Se penso al premier britannico, Boris Johnson, che per contrastare il coronavirus ha parlato di “immunità di gregge” correndo il rischio di 250.000 morti, mi vengono i brividi. Ma in Inghilterra non ci sono scienziati capaci di mettergli il bavaglio? Una volta tanto l’Italia non deve vergognarsi.
Sandro J. - Per e-mail da Roma
- Il nostro sistema sanitario ha barcollato ma ha retto. Sono orgogliosa di essere italiana. E di avere i medici e gli infermieri che in queste settimane hanno evitato che il coronavirus spegnesse il Paese.
Claudia Ricci - Per e-mail da Roma
3) COME OTTENERE IL BONUS BABY SITTER
D) Mia moglie ed io, fortunatamente, stiamo bene e continuiamo a lavorare. I provvedimenti adottati dal governo non sono male ma si poteva fare qualcosa di più. Abbiamo un figlio di 9 anni e siamo interessati al bonus baby sitter.
Abbiamo letto il testo del decreto ma questa parte non viene spiegata nei dettagli. Che cosa si deve fare per ottenere il sussidio?
Antonio Bacci - Per e-mail da Roma
R) In effetti per ottenere il bonus baby sitter ci vuole qualche passaggio burocratico. Per esempio, siccome il versamento – dopo averne fatto richiesta al datore di lavoro – viene effettuato dall’Inps sul “libretto di famiglia” è chiaro che bisogna esserne in possesso. Si tratta di un “libretto” nominativo prefinanziato composto di titoli di pagamento il cui valore nominale è pari a 10 euro, utilizzato per compensare le attività lavorative sporadiche e saltuarie di durata non superiore a un’ora. Chi non ce l’ha può acquistarlo tramite il “portale dei pagamenti” dell’Istituto di previdenza.
In più, sia la famiglia che la baby sitter dovranno registrarsi al servizio online dedicato: https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51098.
Il bonus, che può essere utilizzato dalle famiglie che hanno figli fino a 12 anni e che è un’alternativa al congedo straordinario, ha un valore di 600 euro che sale a 1.000 euro se i genitori fanno parte del personale della sanità (medici, infermieri, ricercatori e tecnici di laboratorio).
4) DAL PICCOLO FURTO AL LICENZIAMENTO
D) È vero che un dipendente, sorpreso a commettere un piccolo furto all’interno dell’azienda presso la quale lavora, può essere licenziato in tronco?
L. M. - Per e-mail da Roma
R) A mettere fine a interpretazioni spesso divergenti è intervenuta tempo fa la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 20527/08, ha stabilito – entrando nel merito della vicenda di un dipendente sorpreso a rubare un profumo del valore di pochi euro e per questo messo alla porta – che il licenziamento è nelle circostanze legittimo, in quanto non è rilevante il valore economico del bene quando il fatto in se stesso, che è tale da compromettere il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore.
In sostanza – ha detto la Suprema Corte – il recesso per giusta causa adottato dall’azienda è fondato, rigettando con ciò le eccezioni presentate dalla difesa del dipendente nel tentativo di correggere l’analoga decisione contenuta nei precedenti gradi di giudizio.
5) IL COSTO DELL’ABBANDONO SCOLASTICO
D) Se è vero – come è vero – che l’ascensore sociale si è fermato ciò è dovuto, secondo me, al fatto che la scuola non è più in grado di preparare i giovani alle necessità del mondo della produzione. Fino a qualche anno fa un diploma o una laurea erano dei passaporti più che validi. Oggi se non si ha quel diploma o quella laurea si è tagliati fuori.
Per questo tanti ragazzi non riescono a trovare lavoro. La responsabilità è di chi dovrebbe fare orientamento e non lo fa (o lo fa male) e della scuola che si preoccupa solo di riempire le aule e poi che ognuno si arrangi.
Carla Simoni - Per e-mail da Roma.
R) L’ascensore sociale si è fermato perché, come è stato rilevato più volte, i giovani che provengono da famiglie ricche o comunque senza problemi di portafoglio, hanno potuto continuare a frequentare percorsi scolastici migliori e costosi in grado di garantire, al termine, una via preferenziale all’occupazione. Non è una novità però le crisi che si sono succedute hanno senza dubbio accentuato il fenomeno.
Ma c’è di più. Per esempio, negli ultimi 5 anni l’abbandono scolastico ha subito una notevole impennata tanto che dei 6.114.644 iscritti al primo anno delle superiori ben 1.744.142 non hanno concluso gli studi.
Siccome per ogni studente delle secondarie superiori lo Stato spende ogni anno circa 7.000 euro, il costo della dispersione scolastica si aggira intorno ai 27,44 miliardi di euro.
Da aggiungere il costo a perdere di chi ce l’ha fatta a prendersi una laurea ma poi si è visto costretto, per trovare lavoro, a portare le sue conoscenze in un altro Paese.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 3/2020
1) Firma il contratto, però… in bianco; 2) Lavorare a Londra? Sarà più difficile; 3) Perché in polizia solo i Vfp1 e Vfp4?; 4) Artigiani e passaggio generazionale; 5) La svolta verde che crea occupazione
1) FIRMA IL CONTRATTO, PERÒ… IN BIANCO
D) Stavo per trovare lavoro presso una società. Infatti, superato il colloquio e un breve periodo di prova, mi hanno convocato per firmare un contratto a tempo determinato. Fin qui nulla da eccepire. Il bello è arrivato quando mi sono visto mettere sotto il naso un contratto completamente in bianco, senza nemmeno l’indicazione del compenso che pure era stato pattuito.
Di fronte alla mia sorpresa, i titolare non ha usato giri di parole: “Se non ti va bene, quella è la porta”. Sembra incredibile ma è proprio ciò che mi è accaduto. Che cosa posso fare?
G. D. L. - Per e-mail da Roma
R) Di fronte a questi atteggiamenti c’è da restare a bocca aperta. Com’è possibile, oggi come oggi, che ci siano dirigenti che in barba a tutte le regole, pensano di plasmare il mondo a loro immagine e somiglianza? O meglio, secondo il proprio tornaconto?
Un contratto può essere più favorevole o meno favorevole, più giusto o meno giusto, rispettoso fino in fondo dei diritti e dei doveri o meno. Chi lo ha firmato poi ne risponderà.
Ma pretendere la firma di un contratto in bianco è davvero inconcepibile oltre che illegale. C’è spazio per una denuncia al magistrato, da concordare magari con qualche sindacato. Però occorre avere le prove per affrontare un eventuale giudizio.
2) LAVORARE A LONDRA? SARÀ PIÙ DIFFICILE
D) Confesso di non avere capito bene che cosa succede adesso, con le nuove regole annunciate dal premier inglese Boris Johnson, a chi vuole recarsi in Gran Bretagna per lavoro o, magari, per imparare la lingua. O meglio, ho capito che tutto sarà più complicato.
Ma da quando si comincia? Noi italiani, che abbiamo sempre guardato all’Inghilterra con simpatia, possiamo sperare di avere una corsia preferenziale?
Sto cercando di capire perché mio figlio stava pensando, una volta preso il diploma alla fine di quest’anno scolastico, di andarsene a Londra per qualche mese. Ho telefonato anche all’ambasciata britannica ma non è che abbiano saputo chiarirmi tutti i dubbi.
Cesare Alberti - Per telefono da Roma
D) Boris Johnson ha ragione: l’immigrazione va controllata e gestista secondo gli interessi dei singoli Paesi. In questo caso della Gran Bretagna. L’Europa unita era una chimera e tale è destinata a restare.
E ci vuole più rigore sennò rischiamo di essere sommersi da chi viene da quei pezzi di mondo dove, nonostante gli aiuti profusi da anni e anni, non si riesce a cavare un ragno dal buco.
Sono convinto che anche l’Italia farebbe bene a seguire al più presto l’iniziativa del premier britannico.
Marta F. - Per e-mail da Roma
D) La libertà di circolazione è una delle conquiste più importanti dell’Unione europea. Lo strappo della Gran Bretagna proprio non mi piace…
Roberto Lippi - Per e-mail da Firenze
D) Con la Brexit l’Europa anziché andare avanti rischia di tornare indietro. Ma ormai in questa Ue c’è più confusione che altro. Si litiga su ogni cosa e trovare le convergenze è sempre più difficile.
Forse è stato un errore accogliere certe nazioni. Ma io sono un inguaribile ottimista e continuo a credere nel sogno di Altiero Spinelli e degli altri che con lui immaginavano un Continente di pace e di amicizia. Ricordiamoci che qui sono state combattute due guerre mondiali.
Fabrizio Ferri - Per e-mail da Roma
D) Se la Gran Bretagna non ci vuole più allora dobbiamo dire forte e chiaro che anche noi non vogliamo più gli inglesi. Non possiamo continuare a subire la volontà degli altri. Schiena dritta e facciamoci rispettare.
C. M. - Per e-mail da Latina
D) Ho trascorso alcuni anni a Londra dove ho lavorato e dove mi sono anche sposato. Con la famiglia sono poi rientrato in Italia ma ho ancora un buon ricordo di quel periodo. I miei figli parlano correttamente sia l’inglese che l’italiano e spesso prendiamo l’aereo per tornare a trovare parenti e amici.
A tutti dispiace ciò che sta accadendo. L’Europa senza la Gran Bretagna è un po’ meno Europa. Di fronte a tante difficoltà ci vorrebbe più coesione e più voglia di risolvere insieme i problemi che si stanno accumulando.
Carlo Minuti - Per telefono da Roma
R) La nuova legge sull’immigrazione entrerà in vigore dal 1° gennaio 2021. Fino ad allora varranno le regole attuali. Certo è che tra 10 mesi molto cambierà, soprattutto per chi intende trasferirsi per lavoro. Che cosa e come? Proviamo a vedere meglio.
I punti essenziali per ottenere il visto sono: 1) prima di partire occorre avere in tasca un contratto. Quel contratto deve essere però “qualificato”; 2) per essere “qualificato” significa che la retribuzione deve essere di almeno 1.750 sterline al mese, cioè oltre 2.000 euro; 3) ma significa anche che saranno privilegiate le professioni alte, come gli informatici specializzati, i medici, gli infermieri, i ricercatori, i matematici e gli scienziati. Comunque, il titolo di studio minimo è il diploma di scuola secondaria di secondo grado 4) occorre dimostrare la conoscenza dell’inglese; 5) a ogni requisito viene dato un punteggio. Per varcare la frontiera il punteggio deve raggiungere quota 70; 5) per avere un’idea di questa corsa a ostacoli, un’offerta di lavoro già approvata vale 20 punti, un lavoro qualificato altri 20 punti, lo stipendio minimo di 1.750 sterline al mese 10 punti, la conoscenza adeguata dell’inglese 10 punti.
Insomma, non si potrà più decidere di sbarcare a Londra perché, tanto, primo a poi un lavoro si trova. Tutto è okay soltanto se si ha la citata “qualifica” e un posto adeguatamente retribuito. Ma – come è stato messo in rilievo – per tanti giovani le porte difficilmente si apriranno. In particolare, nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’edilizia, nell’agricoltura e nella pesca, cioè nei settori di primo impatto, dove la busta paga è decisamente più bassa del limite fissato dalla nuova legge. Tra l’altro, la ristorazione e l’alberghiero sono storicamente i riferimenti principali dei ragazzi italiani alla ricerca di un impiego in Gran Bretagna.
C’è una ragione alla base di questa misura: impedendo l’ingresso in GB di questi lavoratori, il governo di Boris Johnson pensa di raggiungere un paio di obiettivi: favorire l’occupazione degli inglesi e frenare l’immigrazione rispondendo così ai molti che hanno votato per i conservatori che poi a loro volta hanno confermato la Brexit decisa dal referendum del 2016. Andrà davvero così? I dubbi non mancano.
C’è da dire un’ultima cosa. Chi si trova già in Gran Bretagna ha il diritto di restarvi alle condizioni attuali. Ciò vale anche per quanti vi arriveranno prima del 1° gennaio 2021. Ci si deve però registrare al “settlement scheme” che è il cosiddetto “programma di insediamento”. Chi si trova in GB da più di 5 anni può ottenere la residenza permanente, gli altri potranno contare su un permesso temporaneo.
3) PERCHÉ IN POLIZIA SOLO I VFP1 E VFP4?
D) Perché ai concorsi per allievi agenti della polizia di Stato possono partecipare solo coloro che hanno fatto i volontari nelle forse armate? Una volta non era così.
Che cosa si aspetta a togliere questo requisito che a me sembra una palese discriminazione nei confronti di chi vorrebbe entrare nel Corpo ma non ha vestito la divisa di esercito, marina o aeronautica?
Marcello E. - Per e-mail da Roma
R) Fino a qualche anno fa i concorsi erano aperti a tutti. Poi, dopo la riforma della leva, si è pensato di rivolgersi ai volontari in quanto elementi già addestrati e preparati all’uso delle armi. I sindacati della polizia hanno più volte sottolineato come la preparazione degli agenti sia diversa da quella delle forze armate e che se lo scopo è quello di risparmiare sulle spese dei corsi alla fine il gioco non vale la candela.
Ad un certo momento si è però deciso di riammettere anche i non volontari, ma nei bandi di concorso è sempre raro trovare questa indicazione. Nel sito della polizia di Stato (www.poliziadistato.it/articolo/1123) la possibilità è menzionata. Nel caso specifico, oltre all’età tra i 18 e i 26 anni, è richiesto il diploma di scuola secondaria di secondo grado mentre per volontari può bastare il diploma di scuola secondaria di primo grado (ex licenza media). Oltre, naturalmente, avere svolto come volontario in ferma prefissata di 1 anno (Vfp1) il servizio per almeno 6 mesi continuativi o si sia in congedo al termine della ferma. Oppure si sia scelta la ferma volontaria di quattro anni (Vfp4) e si sia in servizio o in congedo.
4) ARTIGIANI E PASSAGGIO GENERAZIONALE
D) Da un paio di decenni sono titolare di una bottega artigiana. Faccio il falegname. Dopo tanto lavoro si avvicina il momento in cui dovrò appendere gli strumenti al chiodo e ritirami in pensione.
Mio figlio si è laureato e non ha mai pensato di prendere il mio posto. Ho provato ad addestrare qualche giovane ma con scarso successo. Eppure è un mestiere ancora ricco di soddisfazioni e di buoni guadagni.
Possibile che, quando smetterò, su ciò che ho creato (rapporti con la clientela, con i fornitori e con gli abitanti del quartiere) debba scendere definitivamente il sipario? Non mi sembra giusto. E poi ci si lamenta perché manca il lavoro!
A. D. M. - Per fax da Roma
R) Il passaggio generazionale è un problema serio che investe non soltanto gli artigiani. È però vero che è proprio questo settore a soffrire di più. I falegnami, ma anche i fabbri, gli idraulici, i fornai e così via, con sempre maggiore difficoltà riescono a passare il testimone di padre in figlio com’era , fino a non troppo tempo fa, collaudata tradizione.
Ci sono state iniziative da parte delle istituzioni locali (stage, sussidi, corsi di formazione) per frenare la tendenza. Qua e là con qualche successo, ma la situazione non è migliorata di molto.
Forse un’informazione più attenta e capillare potrebbe invogliare a tentare la strada delle abilità e dei mestieri, anche perché lo sviluppo tecnologico e le mutate esigenze della clientela hanno in parte cambiato un’operatività che si pensa fatta di sudore e di fatica.
Un consiglio ai più giovani? Prima di chiudere del tutto la porta e passare la pratica in archivio, vale la pena farci sopra una riflessione. Il comparto, a differenza di tanti altri, è sempre alla ricerca di personale.
5) LA SVOLTA VERDE CHE CREA OCCUPAZIONE
D) Se non interverranno intoppi il governo si appresta a varare il “green new deal”, vale a dire quei provvedimenti destinati a spostare l’attenzione verso uno sviluppo sempre più attento all’ambiente.
Fin qui tutto bene. Ma da dove arriveranno i soldi per finanziare il programma? Si sa che l’Italia non è messa bene in fatto di risorse finanziarie e di cose da fare ce ne sono un’infinità. Questo mi fa dubitare che alle promesse possano seguire i fatti. E sarebbe un peccato: tra l’altro, una svolta “verde” potrebbe creare un bel po’ di posti di lavoro.
Cristina Rossetti - Per telefono da Viterbo
R) In effetti il governo Conte-2 ha messo a punto una serie di misure che riguardano il clima, l’energia, il dissesto idrogeologico e l’economia circolare sulla base, anche, delle direttive dell’Unione europea.
Nella legge di Bilancio sono previsti 21 miliardi di euro in 15 anni. Ora si attende il varo definitivo della Presidenza del Consiglio che non dovrebbe tardare. Salvo, appunto, una crisi dell’attuale maggioranza e il ritorno alle urne.
È vero, il “green new deal” può essere un volano per l’occupazione. Nel 2018, per esempio, i contratti generati dalle imprese verdi sono stati 100.000 in più rispetto all’anno precedente e la tendenza dovrebbe essere confermata dai dati (di prossima pubblicazione) relativi al 2019.
Un recente rapporto elaborato da “GreenItaly” si è soffermato sulle 10 figure professionali che si sono rinnovate – e dovranno continuare a farlo – alla luce delle necessità “verdi”. Eccole: 1) il cuoco sostenibile impegnato sui prodotti a chilometro zero e sulla riduzione degli sprechi; 2) l’installatore di reti elettriche più efficienti; 3) il meccatronico per motori sempre più sostenibili; 4) l’installatore di impianti di condizionamento a basso impatto ambientale; 5) l’ingegnere energetico; 6) il promotore edile di materiali sostenibili; 7) i meccanico industriale capace di verificare l’impatto ambientale degli impianti; 8) il giurista esperto delle nuove norme ambientali; 9) l’informatico in grado di veicolare informazioni ecologiche; 10) il contabile capace di sfruttare ecobonus e sgravi fiscali legati alla protezione dell’ambiente.
Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 2/2020
1) Lavorare e studiare in GB: e ora?; 2) Il lavoro, la Cina e il coronavirus; 3) Quegli ospedali costruiti in 10 giorni; 4) Cosa fare delle ferie non fatte?; 5) Infortuni domestici: così le tutele
LAVORARE E STUDIARE IN GB: E ORA?
Insomma, è stata rispettata la volontà popolare. A me, sinceramente, dispiace perché in un mondo sempre più globalizzato il Vecchio Continente può avere più voce in capitolo solo se riesce a parlare con una sola voce.
Vedremo che cosa accadrà. Intanto, ciò che vorrei capire è come deve comportarsi chi, per lavoro, vuole trasferirsi a Londra o in altre città del Regno. Che cosa è cambiato? È più facile o più difficile? Quali i diritti e quali i doveri?
Marcella Ignazi - Per telefono da Roma
R) Dallo scorso 31 gennaio la Gran Bretagna è fuori dall’Unione europea. Il distacco è la conseguenza del voto del referendum del 23 giugno 2016 che ha visto prevalere i fautori del “leave” su quelli del “remain” (51,9% contro il 48,1%).
Da allora c’è stata una lunga trattativa con l’Ue per la gestione del distacco. Questi i punti principali: 1) la GB è già fuori dalle istituzioni europee tanto che i suoi europarlamentari sono già stati sostituiti da altri dei Paesi membri; 2) Londra non parteciperà più ai vertici dell’Ue; 3) fino al prossimo 31 dicembre i rapporti commerciali con l’Unione resteranno quelli in vigore prima della Brexit; 4) nel frattempo continueranno i negoziati per definire i dettagli del divorzio; 5) Boris Johnson potrebbe chiedere, entro giugno, di prolungare questa trattativa fino al 31 dicembre 2021 ma quasi sicuramente non lo farà.
Per quanto riguarda il lavoro e gli spostamenti in Gran Bretagna, fino al 31 dicembre cambierà poco o nulla in quanto non interverranno novità nella libera circolazione. Ma dal 1° gennaio 2121 saranno necessari visti e passaporti.
E non solo. Londra ha intenzione di rendere più severo il sistema dell’immigrazione per scoraggiare l’arrivo di manodopera di basso livello e favorire quella più qualificata. In sostanza, ogni richiesta verrà valutata sulla base delle capacità professionali, della conoscenza dell’inglese e del possibile livello salariale.
Per chi già si trova in GB il quadro è più semplice ma niente è automatico perché ci si dovrà registrare al “settlement scheme”. Comunque, chi ci vive da più di 5 anni può ottenere la residenza permanente. Chi ci vive da meno tempo può richiedere un permesso temporaneo di soggiorno e poi, una volta maturati i 5 anni, avere la residenza permanente. Ciò vale anche per chi arriva in Gran Bretagna entro al fine di quest’anno.
Per gli studenti italiani aumenteranno sicuramente le rette universitarie in quanto verranno equiparati a quelli dei Paesi extra-europei. Invece, il governo britannico si è impegnato a proseguire il programma Erasmus.
IL LAVORO, LA CINA E IL CORONAVIRUS
D) Al popolo cinese, alle prese con il coronavirus, va tutta la mia solidarietà. L’epidemia mi ha comunque fatto capire molte cose di quel Paese e l’importanza che ha anche per l’Italia. Ciò, soprattutto, leggendo le preoccupazioni per la nostra economia legate agli sviluppi della malattia.
Mi chiedo quali ricadute negative saremo costretti a registrare sul fronte dell’occupazione. E mi domando se, in questi anni, sul versante del business nei confronti del gigante asiatico non ce la siamo presa troppo comoda improvvisando politiche di scarso rilievo.
I dati che circolano in questi giorni di allarme dovrebbero farci riflettere sulla mancanza di una strategia all’altezza degli equilibri mondiali.
Paolo Roversi - Per telefono da Frosinone
R) Mentre a Pechino e ovunque si sta facendo di tutto per controllare e battere il coronavirus, e mentre si continua a guardare con ansia alla sua diffusione, oltre al tema della difesa della salute c’è anche quello dell’economia, a dimostrazione di come i punti nevralgici del pianeta siano sempre più collegati e interdipendenti.
È noto il detto secondo il quale il battito d’ali di una farfalla a Pechino provocherebbe un uragano negli Stati Uniti. Con il coronavirus altro che battito d’ali… È stato calcolato che nel 2003 la Sars provocò pesanti ricadute sul sistema industriale. E allora la Cina non era quella di oggi. Ai tempi della Sars, infatti, i cinesi “valevano” su scala globale 10 miliardi di euro. Oggi sfiorano i 100 miliardi di euro.
In Italia a risentirne saranno, in particolare, il turismo, che rappresenta il 10% del nostro Pil, e la moda e il lusso che da soli valgono il 50% della nostra bilancia commerciale. Perché i cinesi che viaggiano all’estero occupano ormai stabilmente i settori alti della spesa pro-capite (prodotti di alta gamma, alberghi a 5 stelle, ristoranti di lusso, e così via). In Italia ogni anno sbarcano 5 milioni di persone provenienti dalla Cina.
QUEGLI OSPEDALI COSTRUITI IN 10 GIORNI
D) In Cina hanno costruito un ospedale in 10 giorni. Sembra impossibile. A Roma alcune scale mobili della metropolitana sono ferme da mesi…
Michele Lombardi - Per e-mai da Roma
R) In verità gli ospedali costruiti a Wuhan, la città di 11 milioni di abitanti epicentro del coronavirus, sono due: uno è stato inaugurato il 3 febbraio e l’altro il 6 febbraio. Si chiamano Huoshenshan e Lieshenshan. Hanno richiesto l’impiego di 7.000 operai.
Ognuno può ospitare un migliaio di pazienti. Vi lavorano 1.400 medici in gran parte provenienti dalle strutture militari.
Roma e la metropolitana. Roma e i rifiuti. Roma e il traffico. Roma e i giardini abbandonati. Lasciamo stare i paragoni.
COSA FARE DELLE FERIE NON FATTE?
D) Sono adetto alle pulizie presso un Comune del Lazio. Ho 50 giorni di ferie non ancora utilizzate. Posso chiedere un aumento dello stipendio?
F. P. - Formia (Lt)
R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Le ferie sono riconsciute quale diritto irrinunciabile dei lavoratori dipendenti ad un periodo di riposo per reintegrare le energie psicofisiche.
Quelle non godute possono essere solo differite entro i termini prestabiliti per legge, mentre solo in casi eccezionali – sempre previsti dalla legge – possono essere retribuite con una indennità sostitutiva.
INFORTUNI DOMESTICI: COSÌ LE TUTELE
D) Se si ha un infortunio in ambito domestico in che modo si può essere risarciti? E che cosa occorre fare per godere di questa tutela? Una mia amica è caduta mentre svolgeva delle faccende domestiche. Non si è fatta granché male ma non ha ricevuto nessuna indennità e nessuno si è fatto vivo.
Luisella Riccardi - Per telefono da Roma
Ciò vale se l’infortunio domestico avviene nell’abitazione in cui vive l’assicurato, comprese le pertinenze (soffitte, cantine, giardini, balconi) e le parti comuni (terrazze, scale, androni). Anche il luogo dove si trascorrono le vacanze è considerato pari all’abitazione, purché si trovi sul territorio nazionale. L’assicurazione tutela anche gli infortuni avvenuti in attività connesse alla cura di animali domestici e a interventi di piccola manutenzione (idraulici, elettrici e così via) che non richiedono una particolare preparazione tecnica e che rientrano nell’ormai diffusa abitudine del fai-da-te.
Si ha diritto alle prestazioni economiche se l’inabilità permanente riconosciuta è tra il 27% e il 100% o se l’infortunio ha avuto come conseguenza la morte.
Si sarà notato che in queste indicazioni si parla di assicurato e di assicurazione, vale a dire che le tutele entrano in vigore se si è stipulata con l’Inail una polizza contro gli infortuni domestici che costa 24 euro l’anno. Il premio è a carico dello Stato per chi ha un reddito complessivo lordo fino a 4.648,11 euro l’anno o si fa parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non supera i 9.296,22 euro l’anno.
Il pagamento del premio può essere effettuato presso gli uffici postali, le banche, le ricevitorie, i tabaccai e i supermercati abilitati al servizio utilizzando il bollettino TD 451, intestato a Inail, Assicurazione infortuni domestici, piazzale G. Pastore 6 - 00144 Roma.
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