1) A Roma l’invasione dei ristoranti; 2) Va bene il franchising: ma come?; 3) Le tasse e le zone terremotate; 4) Quartiere Trieste: asfalto e giadinieri; 5) Ancora sulla giungla dei call center

1) A ROMA L'INVASIONE DEI RISTORANTI

D) Abito a Roma e da qualche anno si sta verificando un fenomeno singolare: se chiude qualche vecchio negozio al suo posto apre puntualmente un ristorante o una pizzeria o, comunque, qualcosa dove è possibile mangiare. Non solo locali cinesi, che pure hanno invaso la Capitale, ma insegne di qualsiasi genere e livello.
La cosa continua a sorprendermi (un po’ come le frutterie che si moltiplicano a vista d’occhio) perché non posso credere che ci sia spazio per così tanti piccoli e grandi imprenditori. È vero, abbiamo la città sempre piena di turisti e di visitatori, e pure a noi romani piace ogni tanto pranzare o cenare fuori casa. Ma la qualità non si improvvisa e molti di coloro che hanno deciso di scendere in campo – almeno a mio giudizio – non sono all’altezza.
È un po’ l’emblema della Città Eterna: tanto di tutto ma con un livellamento verso il basso e non verso l’alto. Insomma, guardiamo più all’Africa che all’Europa…
Clara B. - Per telefono da Roma

R) Non succede soltanto a Roma: a Venezia, per esempio, ristoranti, caffetterie e snack, si sono impadroniti del centro storico. I dati sono eloquenti: secondo l’ultima rilevazione condotta su scala nazionale, nei primi 9 mesi dello scorso anno le nuove aperture sono state 10.835 contro le 15.714 dell’intero 2016. Tantissime. Ma tantissime sono state anche le chiusure: 19.235 nel primo caso e 26.500 nel secondo. Il saldo, insomma, è negativo.
Il che significa che se forte è la spinta a provarci, riuscire a restare sul mercato è un altro paio di maniche. La ristorazione, del resto, con 41 miliardi di valore aggiunto, è più importante dell’agricoltura e dell’industria alimentare.
Nel 2017 per mangiare fuori casa abbiamo speso oltre 83 miliardi di euro (+3%) e non può meravigliare, quindi, che la torta possa fare gola a molti. La scarsa professionalità porta, però, al disastro commerciale. Tantopiù che la tecnologia digitale resta ancora ai margini della gestione dei processi aziendali, la produttività è ancora quella che era 10 anni fa e gli investimenti segnano il passo.

2) VA BENE IL FRANCHISING: MA COME?

D) Vorrei aprire un’attività in franchising perché sono convinto che con questa formula si corrano meno rischi d’impresa. Mi interessa sapere quali sono i settori in crescita e quali i marchi preferiti dai franchisee, cioè da noi che vogliamo metterci in proprio utilizzando un nome commerciale già noto.
Marco Corsini - Per e-mail da Roma

R) Nel “Rapporto Confimprese 2018” ci sono alcuni riferimenti che possono tornare utili. I settori che chiuderanno l’anno in corso con più aperture sono quelli della ristorazione, dell’abbigliamento, dell’oggettistica e delle calzature. Come location sono da preferire quelle dove c’è maggiore passaggio: quindi centro storici, centri commerciali, retail park e outlet. Per questi ultimi si è verificata una sostanziale inversione di tendenza dopo anni di flessione.
È chiaro che i soldi a disposizione sono una variabile decisiva ai fini della scelta perché, appunto, aprire in una zona di pregio è un conto e poi pure i brand da prendere in affitto hanno costi assai diversi.
Sulla base delle inaugurazioni annunciate la classifica delle prime 20 griffe è la seguente: Tecnocasa, Mondadori, Cigierre, Primadonna, Yamamay, Kasanova, La Piadineria, Burger King, Camomila Italia, Thun, Carpisa, L’Erbolario, Pittarosso, Kfc, McDonad’s, Nau!, Tally Weijl, Chef Express e Vera Ristorazione.
Di franchisor, naturalmente, ce ne sono molti altri e a tariffe diversissime. Per saperne di più si può entrare in contatto con le associazioni del comparto: Assofranchising, tel. 02.29003779, e-mail assofranchising@assofranchising.it, via Melchiorre Gioia 70 - 20125 Milano; Federfranchising, tel. 06.47251, e-mail federfranchising@confesercenti.it, via Nazionale 60 - 00184 Roma; Confimprese-Franchising, tel. 02.89013233, e-mail info@confimprese.it, piazza Sant’Ambrogio 16 - 20123 Milano.

3) LE TASSE E LE ZONE TERREMOTATE

D) Scusate ma non ci capisco più niente. Chi abita nelle zone terremotate come deve regolarsi con il pagamento delle tasse? Nei mesi scorsi le polemiche non sono mancate, poi è stato stabilito che il pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria doveva essere effettuato entro lo scorso 31 maggio. Ora pare che non sia più così. Allora?
C. G. - Per e-mail da Rieti

R) Proprio in data 31 maggio l’Inps, con la circolare 2181, ha stabilito che “la decorrenza della ripresa degli adempimenti e dei versamenti della contribuzione sospesa mediante rateizzazione è stata prorogata al 31 gennaio 2019”.
In sostanza, “la riscossione nonché le attività esecutive da parte degli agenti della riscossione e i termini di prescrizione e decadenza relativi all’attività degli enti creditori, ivi compresi quelli degli enti locali, sono sospesi dal 1° gennaio 2017 fino al 31 dicembre 2018”. Per maggiori informazioni clicca qui.

4) QUARTIERE TRIESTE: ASFALTO E GIADINIERI

D) All’inizio dell’anno avevo segnalato lo stato disastroso in cui si trovavano alcune strade del quartiere Trieste. Pochi giorni fa – miracolo! – è stato riasfaltato il tratto di via Chiana, davanti al bar La Madia, rimasto chiuso causa buche per non so quanto tempo. Quasi contemporaneamente ho rivisto i giardinieri in piazza Trento dare una sistemata alle aiuole ormai ricoperte di ogni cosa.
Meglio tardi che mai. Ma per aggiustare anche i marciapiedi della stessa zona a chi santo bisogna rivolgersi? E per eliminare la giungla che si è impossessata delle mezzerie di corso Trieste?
Claudia Rinaldi - Per telefono da Roma

R) Qualcosa si muove e tanto altro dovrebbe muoversi. Segnalare non fa mai male. Può darsi che al Campidoglio prendano nota. Calendario alla mano vediamo quanto tempo ci vorrà per rispondere nel concreto a queste segnalazioni.

5) ANCORA SULLA GIUNGLA DEI CALL CENTER

D) Ho letto in questa rubrica la denuncia di chi ha lavorato in un call center senza ricevere lo stipendio pattuito. Posso testimoniare che non si tratta di un caso isolato. Anch’io ho vissuto una situazione simile, anche se poi tutto si è risolto per il meglio.
Il fatto è che, accanto a strutture serie, ce ne sono altre che non hanno un rapporto corretto con i collaboratori. Sarebbe bene che si cominciasse a fare luce su un settore nel quale lavorano centinaia di giovani e dove impera la legge della giungla.
G. R. - Per telefono da Frosinone

R) Rispetto alla stagione pioneristica, quando di regole non c’era nemmeno l’ombra, l’intero comparto è oggi non è più abbandonato a se stesso, tanto che sono state introdotte formule contrattuali grazie alle quali si è riusciti a normalizzare la situazione di tanti lavoratori.
Ma di strada ne resta ancora da fare, tanto più che il settore sta attraversando una profonda crisi per la concorrenza delle delocalizzazioni. Inoltre, chi segue queste vicende sa come sia in corso un duro braccio di ferro sulla logica del cosiddetto “massimo ribasso” che consente a società piuttosto disinvolte di subentrare ad altre con tariffe superscontate e spesso al di sotto dei prezzi di mercato.
Com’è possibile? È possibile – sostengono dipendenti, sindacati e strutture più serie – perché la differenza viene scaricata sui lavoratori, sforbiciando le retribuzioni. Pertanto, quando si è sul punto di cominciare un’attività con un call center è bene cercare prima il massimo delle informazioni. E poi, in caso di inadempienze, non rassegnarsi ma individuare la strada migliore per ottenere il pieno riconoscimento dei diritti maturati.

Pubblicato in Rubriche

1) Ma che diavolo è la gig economy…; 2) E quei 1.890 nuovi posti nello Stato?; 3) Dai giardinieri alle pecore. E adesso?; 4) La libera circolazione degli studenti; 5) Chi difende noi consumatori

1) Ma che diavolo è la gig economy…

D) Ogni tanto sui giornali, quando si parla di lavoro, si leggono riferimenti alla “gig economy”. Non conosco l’inglese e quindi non capisco che roba è. Ma è mai possibile mettere in difficoltà tante persone con questa inflazione di parole straniere? E se proprio si deve, perché allora ci viene spiegato, magari tra parentesi, di che cosa si tratta?
A occhio direi che, vista la difficoltà di interpretazione, con quel termine ci si rivolga a professionisti di buon livello che con le lingue non dovrebbero avere problemi…
Cesare Rosi - Per telefono da Viterbo

R) La traduzione di “gig economy” potrebbe essere “lavoretto”, nel senso che ci si riferisce a quelle attività che si svolgono su richiesta nel preciso momento in cui ce n’è bisogno, e poi basta. Almeno fino alla prossima chiamata. In sostanza niente a che vedere con i contratti a tempo indeterminato e nemmeno a tempo determinato che, comunque, prevedono una costanza di orari e di mansioni.
Per fare un esempio, è “gig economy” quella in cui si muovono i “riders”, cioè gli addetti alla consegna di pranzi e cene per conto di aziende come Deliveroo, Foodora o altre, i quali in contatto telematico con la centrale operativa entrano in azione solo quando c’è da portare a termine la commissione. E così via.
In sostanza, siamo in presenza di micro-impieghi che generalmente non contemplano qualifiche ed esperienze importanti. In verità, anche le consulenze una tantum dei professionisti potrebbero rientrare nella “gig economy” ma in questo caso ci sono già norme ben precise che le regolano e alle quali ci si attiene.
Il problema che via via sta venendo fuori è quello delle tutele di chi opera nella “gig economy”. Se ne sono fatti recentemente portavoce proprio i “riders” e l’argomento è destinato ad avere sempre maggiore rilievo anche alla luce delle nuove forme di lavoro imposte dalla tecnologia e dalla crisi di interi settori produttivi. Un compito per politici e giuslavoristi che dovranno studiare ed elaborare nuove forme contrattuali.

2) E quei 1.890 nuovi posti nello stato?

D) Che cosa ne sarà dei 1.890 da assumere nella Pubblica amministrazione di cui “Lavoro Facile” ha scritto nello scorso numero? Mi pare che in Italia il governo che succede ad un altro governo difficilmente si fa carico delle decisioni prese in precedenza. Sulla Tav, per esempio, il M5S è dell’idea di fermare tutto e di destinare le risorse, se non sbaglio, verso altre infrastrutture.
Mirko Carli - Per e-mail da Roma

R) L’abolizione della Torino-Lione farebbe risparmiare 2 miliardi di euro che però potrebbero “sparire” per pagare multe e penali varie. Si vedrà, perché la Lega è di diverso parere. Per quanto riguarda i concorsi per i 1.890 funzionari, dirigenti e tecnici destinati a ministeri e agenzie dello Stato nessuna voce, al momento, si è levata contro. I soldi sono già stati trovati e cancellare i nuovi posti con un tratto di penna non sarebbe una bella mossa.
Tra l’altro, l’occupazione è stato uno dei cavalli di battaglia di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Per capire non bisognerà attendere molto: tra qualche settimana i primi bandi dovrebbero uscire sulla “Gazzetta Ufficiale”.

3) Dai giardinieri alle pecore. e adesso?

D) Anziché assumere giardinieri il Comune di Roma da deciso che per eliminare l’erba che ha ormai invaso qualsiasi spazio si ricorra alle pecore. Se ne è parlato molto e anche con qualche ironia. Ai tempi della rivoluzione culturale in Cina, Deng Xiaoping sosteneva che “non importa se il gatto sia nero o bianco, l’importante è che riesca a catturare i topi”. Quindi, se le pecore funzionano che siano le benvenute.
A me non interessano battute e polemiche. A me interessa che l’idea funzioni e che il verde di parchi e ville possa tornare a disposizione dei cittadini.
A oggi, 21 maggio, nulla è accaduto. Faccio presente che con l’estate l’erba è destinata a seccarsi e, di fatto, a scomparire. A quel punto a che cosa serviranno le pecore?
Giovanna S. - Per telefono da Roma

R) L’idea non è nuova. Negli anni scorsi, a Berlino, a Ferrara e in altre città le pecore sono già state adoperate per la pulizia delle aree verdi. La Coldiretti ha fatto sapere che può mettere a disposizione circa 50.000 animali che sono in grado di “sostituire falciatrici e decespugliatori, abbattere rumori ed emissioni e, in più, garantire la concimazione naturale delle aree verdi… si tratta di un’alternativa alla moderna transumanza che per secoli ha caratterizzato l’allevamento delle pecore ma che ora è resa difficile dall’urbanizzazione che ha drasticamente limitato le aree libere al pascolo”.
Con questa iniziativa il Campidoglio pensa di risparmiare un bel po’ di soldi. Per una manutenzione minima del verde ci vorrebbero 109 milioni di euro l’anno. Intanto, il bando da 4 milioni di euro per lo sfalcio dell’erba non è ancora pronto e probabilmente mai lo sarà. Così si spera nell’intervento delle pecore.
Resta da sciogliere il nodo di dove e quando. Si è pensato al parco dell’Appia Antica e a quello di Centocelle: insomma, aree estese e non circoscritte come potrebbero essere quelle di villa Borghese o villa Ada. Sembra di capire che tra il dire e il fare ci sia di mezzo tuttora un bel pezzo di strada. E, come dice il lettore, tra un po’ l’azione delle pecore potrebbe essere inutile. In barba alla transumanza.

4) La libera circolazione degli studenti

D) Sto pensando di iscrivermi a una università francese. Ci sono particolari problemi da superare? Devo darmi da fare per raccogliere dati e documenti? E se sì, quali?
Fiorella Ranieri - Per e-mail da Tivoli

R) La formazione e la mobilià dei giovani in ambito europeo non solo sono possibili ma vengono incoraggiate. Il principio-guida è la parità di trattamento: vale a dire che, nella fattispecie, uno studente italiano che decide di frequentare i corsi di una università francese può farlo alle stesse condizioni stabilite per i cittadini d’Oltralpe.
In sostanza, non possono esserci discriminazioni, come spese di iscrizione più elevate. Il principio della parità è valido per tutti i Paesi dell’Ue, anche se le condizioni di accesso agli istituti sono fissate dai singoli Stati e possono variare sensibilmente da un Paese all’altro. Per esempio, la padronanza della lingua può costituire un requisito determinante. Per questo, prima dell’iscrizione, può essere richiesto il superamento di un esame destinato ad accertare le conoscenze linguistiche degli studenti provenienti da altre nazioni.
Per qualsiasi informazione si può comunque contattare l’ambasciata francese in Italia, che si trova in piazza Farnese 67 - 00186 Roma. Tel. 06.686011. Fax 06.68601460.

5) Chi difende noi consumatori

D) Ho acquistato un televisore che, però, dopo pochi giorni ha cominciato a perdere memoria e canali. Sono tornato dal rivenditore che mi ha detto di attivare la garanzia. L’ho fatto ma nessuno mi ha risposto. Sto pensando di denunciare il tutto ad una associazione dei consumatori. A chi posso rivolgermi?
Stefano M. - Per e-mail da Roma

R) Di associazioni dei consumatori ce ne sono molte. Qui ne indichiamo alcune. Adiconsum: via Alessandro Vessella 31 - 00199 Roma. Tel. 06.44170234. Adusbef: via Vittorio Bachelet 12 - 00185 Roma. Tel. 06.4818632. Altroconsumo: via Valassina 22 - 20159 Milano. Tel. 02.668901. Assoconsumatori: Corso d’Italia 11 - 00198 Roma. Tel. 06.87608990. Cittadinanzattiva: via Cereate 6 - 00183. Tel. 06.36718333. Codacons: via Tuscolana 1348 - 00174 Roma. Confconsumatori: via Spalato 11 - 00198 Roma. Tel. 06.86326449. Federconsumatori: via Antonio Gallonio 23 - 00161 Roma. Tel. 06.44340366/80. Unione nazionale consumatori: via Duilio 13 - 00192 Roma. Tel. 06.32600239.

-> Per leggere la versione pubblicata sul n. 11/2018 della rivista online LAVORO FACILE clicca qui.

Pubblicato in Rubriche

1) Sugli alimentari finalmente etichette chiare; 2) Quanto mi spetta se lavoro nei festivi?; 3) Se la normalità significa rivoluzione…; 4) Tirocini: da 300 a 600 euro al mese

1) Sugli alimentari finalmente etichette chiare

D) Ho sentito per radio che per noi consumatori, finalmente, si apre un’era di maggiori garanzie, nel senso che su ogni prodotto che acquistiamo dobbiamo trovare etichette chiare su provenienza, contenuti e quant’altro. Non sono sicuro che ciò faccia sparire dal mercato contraffazioni e piccole e grandi truffe, però è comunque un bel passo in avanti.
Ciò che mi meraviglia è che se ne sia parlato pochissimo. A me, per esempio, piacerebbe sapere quali indicazioni dovrei trovare sulle confezioni e che gli esercenti si mobilitino per fare opera di informazione/diffusione. Il made in Italy e i posti di lavoro legati alla nostra produzione alimentare si difendono imponendo il massimo della trasparenza…
Lauretta Cimino - Per telefono da Roma

R) Di difesa del made in Italy si parla un giorno sì e l’altro pure alla luce della tante contraffazioni che penalizzano, soprattutto all’estero, i nostri prodotti. Adesso, dallo scorso 9 maggio, sono entrate in vigore delle norme che, in attuazione della disciplina dell’Unione europea a tutela dei consumatori, prevedono multe più salate (da 500 fino a 40.000 euro) per chi non le rispetta.
Resta il problema dei controlli che dovrebbero moltiplicarsi se davvero si vuole dare un colpo serio al fenomeno. Su questo qualche dubbio permane vista la cronica mancanza del personale che deve occuparsi delle verifiche, ma una mano possono darla anche i cittadini e le associazioni di consumatori dal momento che con le nuove regole hanno più carte in mano per farsi sentire.
Allora, che cosa deve esserci scritto sulle etichette? In sintesi: 1) la denominazione dell’alimento; 2) la lista degli ingredienti; 3) le sostanze o i prodotti che possono provocare allergie o intolleranze; 4) le modalità di conservazione per i prodotti alimentari rapidamente deperibili; 5) la data di scadenza per paste fresche e paste fresche con ripieno; 6) il titolo alcolometrico volumico effettivo per le bevande con tenore di alcol superiore a 1,2% in volume; 7) la designazione “decongelato”; 8) il nome o la ragione sociale o il marchio depositato, l’indirizzo dell’Osa e il lotto.
Fanno eccezione quei prodotti etichettati, immessi sul mercato e non conformi a queste indicazioni che possono essere commercializzati fino all’esaurimento delle scorte.

2) Quanto mi spetta se lavoro nei festivi?

D) Sono una commessa di un importante negozio di pelletteria di Roma. A volta mi viene richiesto di lavorare nei giorni festivi: a fronte di questo impegno mi viene corrisposta una maggiorazione in busta paga. Quello che vorrei sapere è se esistono dei parametri per calcolare questa maggiorazione e, se sì, come quantificare l'importo?
Rosalba C. - Per telefono da Roma

R) I contratti nazionali di lavoro di categoria prevedono sempre la possibilità che si possa lavorare nei giorni festivi o domenicali oppure di sabato (che è considerato un extra quando l'orario è concentrato dal lunedì al venerdì). Naturalmente dietro una maggiorazione in busta paga che non può essere lasciata alla discrezione dell'azienda in quanto è definita dai rispettivi Ccnl.
Per quanto riguarda il contratto del commercio, questo prevede la maggiorazione del 30% della retribuzione giornaliera. Ci si può rifiutare? Secondo le norme, questo tipo di attività non può essere chiesta alle madri o ai padri affidatari di bambini di età fino a 3 anni, a chi assiste portatori di handicap o a persone non autosufficienti. Se, però, il lavoratore è d'accordo allora nulla osta.

3) Se la normalità significa rivoluzione…

D) Lo scorso anno il Comune di Roma ha sborsato 20 milioni di euro a titolo di risarcimento per i sinistri causati da dissesto. Per il 2018, la cifra sarà probabilmente più alta dal momento che gli incidenti sono aumentati in misura considerevole.
Sono tra i tanti sfortunati che ha avuto un guaio a causa di una buca che, coperta dalla pioggia, mi ha fatto cadere sull’asfalto. Sono scivolato per una decina di metri e alla fine mi sono ritrovato con una clavicola malandata, la moto da riparare e una settimana di lavoro saltata. Ho chiesto i danni al Campidoglio e sono in attesa di vedere come andrà a finire la faccenda.
Non voglio aggiungere anche la mia lamentazione a quella dei tanti che criticano la gestione della cosa pubblica da parte dell’attuale amministrazione. Tanto ormai tutto fa parte del panorama di questa città, compresi i cassonetti dell’umido e dell’indifferenziata che tracimano sui marciapiedi e dell’erba che con la primavera ha invaso giardini e ogni spazio verde. A quando una bella sterzata in grado di restituire alla nostra città la dignità perduta?
Stefano M. - Per telefono da Roma

R) Il dibattito è aperto così come il ping pong tra chi accusa e chi difende la Giunta in carica. Resta il fatto che gli occhi sono fatti per vedere e ciò che si vede non è degno di una grande metropoli moderna.
Nessuno può dire con certezza che con altre Giunte il quadro sarebbe stato diverso e migliore, e a questo punto nemmeno importa perché si rischia di scivolare lungo il piano inclinato del “però prima rubavano”, “a comandare erano i poteri forti”, “ai veri problemi della gente non pensava nessuno”, e delle repliche conseguenti.
Sulla pelle di Roma si sta giocando una partita politica di non poco conto. Al di là delle strategie che coinvolgono anche gli equilibri nazionali, chi ci abita vorrebbe più modestamente vivere senza i problemi elencati dal lettore ai quali si può sommare anche il trasporto pubblico sempre sull’orlo del burrone. È chiedere troppo? Forse è chiedere la normalità che di questi tempi appare come un’autentica rivoluzione.

4) Tirocini: da 300 a 600 euro al mese

D) Quanto può durare un tirocinio? E come deve essere retribuito? Dopo un colloquio con un’azienda che opera nel campo dell’edilizia, sono in attesa di cominciare questa esperienza. È il mio primo lavoro, e sono contento. Vorrei però conoscere le norme che regolano questo tipo di rapporto, perché so che molto è cambiato.
F. A. - Per e-mail da Roma

R) La modifica più importante intervenuta nel contratto di tirocinio prevede che questa formula non possa avere una durata superiore a 6 mesi (proroghe comprese) e che debba riguardare esclusivamente i neodiplomati e i neolaureati che abbiano conseguito il titolo di studio da non più di 1 anno.
Siccome sono le Regioni ad avere la competenza esclusiva in materia, queste hanno stabilito che lo stagista non può essere utilizzato a titolo gratuito ma gli deve essere riconosciuta un’indennità non inferiore a 300 euro al mese. Alla luce di questo orientamento, molte Regioni hanno adottato decisioni migliorative: per esempio, l'Abruzzo ha fissato il tetto a 600 euro, la Toscana a 500 euro, la Basilicata, l'Emilia Romagna e la Puglia a 450 euro, la Calabria, la Campania, la Liguria, la Lombardia, la Sardegna e il Veneto a 400 euro, le Marche a 350 euro, tutte le altre hanno confermato i 300 euro. Nel Lazio il contributo è di 400 euro.
Il limite dei 6 mesi si riferisce ai tirocini formativi e di orientamento (quelli diretti a favorire l’ingresso sul mercato del lavoro), mentre per gli stage di inserimento e reinserimento (rivolti a disoccupati, lavoratori in mobilità, inoccupati e percettori di ammortizzatori sociali) il tetto puà salire a 12 mesi.
Al termine, se si è frequentato con profitto almeno il 70% del percorso formativo, al tirocinante viene rilasciato un attestato in cui si riconosce l'attività svolta e le competenze acquisite.
Il mancato pagamento dell’indennità comporta una sanzione, a carico delle aziende inadempienti, che può variare da 1.000 a 6.000 euro.

Per leggere la versione pubblicata sul n. 10/2018 della rivista online LAVORO FACILE clicca qui.

Pubblicato in Rubriche

1) I poveri più poveri e i ricchi più ricchi; 2) Un muro intorno a chi cerca lavoro; 3) Posso avere il reddito di inclusione?; 4) Infortuni domestici: così le tutele

1) I poveri più poveri e i ricchi più ricchi

D) Ogni volta che in Italia vengono pubblicati i dati sull’andamento dei redditi si scopre che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. È ormai così da troppo tempo e mi fa girare le scatole il fatto che nessuno abbia pensato di correre ai ripari.
Il nostro è uno strano Paese. Appena si parla di tassare di più i grandi patrimoni si scatenano commenti del tipo: “Ma siamo matti, in Italia il fisco è già una sanguisuga”. In più, con la flat tax, si vorrebbe introdurre un’aliquota unica al 15% senza più riferimenti all’imponibile.
Che dire? Sono sempre più sconcertato. In questo quadro è facile capire come mai i Cinque Stelle abbiano incassato una valanga di voti: il loro reddito di cittadinanza può essere una risposta a chi non si è reso conto che c’è tanta gente che non riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena…
Corrado G. - Per telefono da Frosinone

R) Già un paio di mesi fa era saltato fuori ciò che Eurostat ha appena confermato: in Italia, da quando è cominciata la crisi innescata dal fallimento della Lehman Brothers, sono aumentate le disuguaglianze sociali. A farne le spese, tra l’altro, è stata – ed è – la cosiddetta classe media i cui redditi si sono sensibilmente assottigliati.
Se nel 2008 i più poveri tra gli italiani potevano contare su un reddito pari al 2,6% del totale, adesso quella percentuale è scesa all’1,8%. Completamente capovolta la situazione della fascia più benestante della popolazione il cui reddito dal 23,8% è salito al 24,4%, più della media europea che è del 23,9%.
E siccome il nostro welfare offre maggiori tutele a chi è già garantito, gli scossoni della crisi hanno finito col sospingere ai margini chi invece avrebbe avuto più bisogno di una mano per non affondare.
Il problema è serio. Le misure messe in campo non sono state sufficienti e c’è quindi bisogno di interventi più incisivi. Il reddito di cittadinanza può essere una soluzione? Può esserlo se viene inserito in un pacchetto fortemente orientato al rilancio dell’occupazione che comprenda anche la revisione del costo del lavoro in modo da spronare le aziende a riaprire una nuova stagione contrattuale.
Perché, com’è ormai ampiamente riconosciuto, il reddito di cittadinanza non può essere un incentivo a starsene a casa ma deve essere un ponte al di là del quale deve esserci la possibilità di un impiego.
Il discorso non fa una piega. Resta da vedere come, a governo insediato, se ne verrà fuori. Intanto i poveri continuano a diventare sempre più poveri.

2) Un muro intorno a chi cerca lavoro

D) Trovare un posto continua ad essere difficile. Ho inviato decine di domande ma nessuno mi ha risposto. Solo silenzio. Perché le aziende si comportano in questo modo? Come è possibile cominciare un lavoro se intorno ci sono soltanto muri e indifferenza?
Carla Rocchi - Per e-mail da Roma

R) Secondo l’Osservatorio sul precariato, nel periodo gennaio-febbraio di quest’anno il saldo tra assunzioni e cessazioni è stato pari a +296.000 unità, superiore a quello del corrispondente periodo del 2017. Su base annua il 2018 dovrebbe chiudere con un risultato tendenziale di +539.000 unità.
Il saldo è negativo per i rapporti a tempo indeterminato (-82.000). Continuano, invece, i segnali di miglioramento per l’apprendistato (+66.000) e per l’intermittente (+124.000). In crescita anche i contratti di somministrazione (+58.000), cioè quelli mediati dalle agenzie per il lavoro.
Nonostante questo panorama sia sostanzialmente positivo, la strada lungo la quale dovrebbero incontrarsi domanda e offerta è ancora piena di difficoltà. Lo abbiamo scritto anche nel “Parliamone” dello scorso numero di “Lavoro Facile” a proposito dei Centri per l’impiego: “Quanto sono utili i Cpi? Chi è alla ricerca di un lavoro si pone spesso questa domanda. Di certo non sono il canale preferito per risolvere il problema se è vero – come è vero – che solo il 25,6% di coloro che sono a caccia di un posto si rivolgono ai Centri (che hanno preso il posto degli uffici di collocamento). Il dato si riferisce al 2016 ma nel 2017 è rimasto più o meno lo stesso. Negli ultimi anni la percentuale è scivolata costantemente all’indietro: nel 2015, per esempio, era del 28,2%”.
Anche la mancanza di risposta da parte delle imprese che ricevono un curriculum fa parte della buona educazione che non ha mai toccato vette eccelse nel nostro Paese. Tanto che le aziende che comunque assicurano un cenno di “avvenuta ricezione” sono una lodevole rarità.

3) Posso avere il reddito di inclusione?

D) Vorrei sapere se posso fare domanda, e a chi, per ottenere il reddito di inclusione. E, se possibile, sapere l’importo dell’assegno. Unisco il mio stato di famiglia.
Gabriele S. - Per e-mail da Frascati

R) I principali requisiti del nucleo familiare del richiedente sono: 1) valore dell’Isee non superiore a 6.000 euro; 2) valore dell’Isre non superiore a 3.000 euro: 3) valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro; 4) valore del patrimonio mobiliare non superiore alla soglia di 6.000 euro, accresciuta di 2.000 euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino a un massimo di 10.000 euro.
Il beneficio economico è pari, su base annua, al valore di 3.000 euro moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza corrispondente alla specifica composizione del nucleo familiare per un tetto massimo che non può essere superiore all’ammontare annuo dell’assegno sociale che è di 5.824,80 euro.
L’importo è erogato per il tramite di una Carta di acquisti dalla quale è possibile prelevare in contanti la metà dell’importo. L’altra metà può essere destinata all’acquisto di generi secondo quanto previsto dalla Carta stessa.
La domanda, il cui modello è stato predisposto dall’Inps, va presentata ai Comuni o ad altri punti di accesso.
Ricordiamo che per Isee si intende la Situazione economica equivalente che consente ai contribuenti a basso reddito di accedere a prestazioni sociali e servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate. Isre, invece, è l’indicatore della situazione reddituale equivalente che, per accedere al reddito di inclusione, non deve superare i 3.000 euro.

4) Infortuni domestici: così le tutele

D) Se si ha un infortunio in ambito domestico in che modo si può essere risarciti? E che cosa occorre fare per godere di questa tutela? Una mia amica è caduta mentre svolgeva delle faccende domestiche. Non si è fatta granché male ma non ha ricevuto nessuna indennità e nessuno si è fatto vivo.
Luisella Riccardi - Per telefono da Roma

R) La Legge 493/1999 (assicurazione contro gli infortuni domestici) tutela il lavoro svolto in via non occasionale, gratuitamente e senza vincolo di subordinazione, e lo equipara – per il suo valore sociale ed economico – alle altre forme di lavoro.
Ciò vale se l’infortunio domestico avviene nell’abitazione in cui vive l’assicurato, comprese le pertinenze (soffitte, cantine, giardini, balconi) e le parti comuni (terrazze, scale, androni). Anche il luogo dove si trascorrono le vacanze è considerato pari all’abitazione, purché si trovi sul territorio nazionale. L’assicurazione tutela anche gli infortuni avvenuti in attività connesse alla cura di animali domestici e a interventi di piccola manutenzione (idraulici, elettrici e così via) che non richiedono una particolare preparazione tecnica e che rientrano nell’ormai diffusa abitudine del fai-da-te.
Si ha diritto alle prestazioni economiche se l’inabilità permanente riconosciuta è tra il 27% e il 100% o se l’infortunio ha avuto come conseguenza la morte. Nel primo caso all’assicurato verrà corrisposta una rendita vitalizia tra i 186,17 euro e i 1.292,90 euro mensili. Nel secondo, ai superstiti andrà un vitalizio di 1.292,90 euro mensili.
Si sarà notato che in queste indicazioni si parla di assicurato e di assicurazione, vale a dire che le tutele entrano in vigore se si è stipulata con l’Inail una polizza contro gli infortuni domestici che costa 12.91 euro l’anno. Il premio è a carico dello Stato per chi ha un reddito complessivo lordo fino a 4.648,11 euro l’anno o si fa parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non supera i 9.296,22 euro l’anno.
Il pagamento del premio può essere effettuato presso gli uffici postali utilizzando il bollettino TD 451, intestato a Inail, Assicurazione infortuni domestici, piazzale G. Pastore 6 - 00144 Roma.

Pubblicato in Rubriche

1) Quei 600 € al mese per il servizio baby sitting; 2) Da un contratto all’altro: che rebus!; 3) Quanto può durare una trasferta?; 4) La sosta selvaggia che penalizza chi vive a Roma

1) QUEI 600 € AL MESE PER IL SERVIZIO BABY SITTING

D) Una volta c’era un contributo per le mamme lavoratrici destinato a coprire, seppure parzialmente, le spese legate ai vari servizi per l’infanzia. Da poco ho avuto una figlia e non nego che un sostegno mi farebbe comodo.
Ho cercato di saperne di più ma non è facile. Ci sono tante leggi e leggine che per interpretarle ci vuole una laurea. Se in Italia ci sono sempre meno nascite è anche perché da noi la maternità non è al centro di progetti semplici e chiari com’è, per esempio, in Francia. Ho un’amica a Digione che mi racconta…

Carla Marcelli - Per e-mail da Roma

R) Il messaggio è molto lungo e particolareggiato e siamo costretti a riassumerlo. Il riferimento dovrebbe essere alla legge n. 92 del 2012 e successive proroghe che consente alle madri lavoratrici di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo – così stabiliscono le norme – “per l’acquisto di servizi di baby sitting”.
L’ultima proroga è di poche settimane fa. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili per 6 mesi ed è in alternativa alla fruizione del congedo parentale. Ne hanno diritto: 1) le lavoratrici dipendenti da amministrazioni pubbliche o aziende private; 2) le lavoratrici iscritte alla gestione separata; 3) le lavoratrici autonome o imprenditrici.
Il beneficio consente di ottenere contributi/rimborsi in relazione agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati o di baby sitting. Per maggiori informazioni clicca qui.

Ci sono anche altri provvedimenti di sostegno prima e dopo la nascita. Per conoscerne i dettagli ci si può rivolgere anche ai Centri per l’impiego o a qualche Caf bene organizzato.

2) DA UN CONTRATTO ALL’ALTRO: CHE REBUS!

D) Sono un ex dipendete di un’azienda leader nei servizi di amministrazione e di sostegno alla gestione e allo sviluppo delle risorse umane. Alla fine di marzo, dopo quasi 4 anni di servizio e varie proroghe, non mi è stato possibile rinnovare il contratto.
Appunto, le proroghe. Ho firmato un accordo di conciliazione con la mia società presso l'Unione industriali. Nell’occasione mi è stato cambiato il contratto da collaboratore in uno a tempo determinato di 18 mesi la cui scadenza – guarda caso – ha coinciso con la risoluzione del rapporto di lavoro.
A questo punto le mie domande sono: 1) esiste una legge in base alla quale si può trasformare un contratto da collaboratore in uno a tempo indeterminato? 2) Ci sono le condizioni per rivolgersi ad un legale e magari tentare un'azione nei confronti della società? 3) Esiste la possibilità di diffidare l'azienda dal fare nuove assunzioni senza prima avermi contattato?

L.P. - Per e-mail da Roma

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Come è noto, il contratto a tempo determinato è un contratto di lavoro di tipo subordinato, al quale si applica pertanto la disciplina di tale tipo di rapporto.
Per evitare abusi da parte del datore di lavoro, aderendo a direttive comunitarie, si è stabilito che debbano sussistere idonee motivazioni e limiti numerici e di durata di questi contratti.
Tuttavia la gran parte dell’attività svolta dal lettore è stata nelle forme della collaborazione, per la quale non è previsto un divieto di proroga oltre dati termini. Piuttosto occorrerebbe valutare se effettivamente si sia trattato di attività collaborativa e non di lavoro di tipo subordinato per effetto della sottoposizione al vincolo direttivo, gerarchico e disciplinare nei confronti del datore di lavoro.
Questo titpo di accertamento è comunque rimesso alla valutazione di merito del Giudice del Lavoro, a cui si potrebbe ricorrere (anche se, da quanto narrato, sembra che per il periodo durante il quale è stata svolta attività di collaborazione sarebbe stato sottoscritto un accordo di conciliazione, per cui le eventuali pretese del lavoratore non potrebbero più essere vantate).
Invece sussiste certamente un diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato che il datore di lavoro dovesse effettuare nei successivi 12 mesi dalla risoluzione del rapporto, in relazione alle mansioni espletate.
 

3) QUANTO PUÒ DURARE UNA TRASFERTA?

D) Capita spesso che per ragioni di lavoro la mia ditta mi richieda frequenti trasferte, che a volte durano più giorni. È regolare?

S. - Per e-mail da Roma

R) La trasferta, contrariamente al trasferimento, presuppone un mutamento temporaneo del luogo di svolgimento della prestazione lavorativa. Il concetto di “temporaneità” è molto ampio: può riguardare un giorno come alcune settimane.
Più la trasferta è lunga più i contorni sfumano e diventa difficile distinguerla dal trasferimento. In linea generale si può sostenere che si è in presenza di trasferta quando il mutamento della sede conserva i caratteri della “provvisorietà”, cioè quando è dettato da una situazione speciale cessata la quale è previsto il ritorno nella primaria sede di lavoro.
Non possono, ad esempio, qualificarsi “trasferte” gli spostamenti dei lavoratori che, per la natura stessa dell’attività che svolgono, effettuano le loro prestazioni in località sempre diversa.
Individuare esattamente se si è in trasferta oppure no è importante in quanto a questo istituto sono collegabili obblighi di tipo retributivo e adempimenti di natura fiscale e previdenziale.

In genere, e salvo diversa previsione dei contratti collettivi, il datore di lavoro può inviare il dipendente in missione o trasferta senza le limitazioni che regolano il trasferimento: vale a dire le imprescindibili ragioni tecniche, organizzative e produttive.

4) LA SOSTA SELVAGGIA CHE PENALIZZA CHI VIVE A ROMA

) Criticare ciò che non funziona a Roma fa parte del panorama. Alcuni rilievi sono giusti, altri esagerati. Però ci sono situazioni che potrebbero essere risolte con poco e che restituirebbero un po’ di fiducia in noi che abitiamo in questa – nonostante tutto – meravigliosa città.
Mi riferisco alle auto in doppia fila. Non sono una integralista del codice stradale per cui anche la minima infrazione debba essere severamente sanzionata: può capitare di fermarsi con la macchina per attimo dove non si dovrebbe perché c’è da fare una consegna veloce o roba del genere. Ma non sempre è così, tanto che ci sono strade in cui il traffico, a qualsiasi ora, rischia la paralisi per le doppie o addirittura triple file.
Credo che ognuno sia in grado di portare degli esempi. Personalmente sono testimone, perché ci passo ogni giorno, di irregolarità che vanno avanti da mesi e mesi. In via Ravenna, per esempio, nel tratto che dalla sede di Ovs arriva all’incrocio con via Padova, persino il 61 dell’Atac è costretto a pericolose gimkane se non a fermarsi in attesa che l’automobilista indisciplinato di turno rimetta in moto e si tolga di mezzo.
Quel pezzo di strada è pieno di negozi. Ma è mai possibile che per fare degli acquisti o per prendere un cappuccino ci si debba fermare proprio davanti? E che dire dei 200 metri che vanno dall’incrocio via Chiana-via Salaria con viale Regina Margherita? Le auto perennemente in sosta accanto al marciapiede riducono la carreggiata ad una sola corsia il che provoca code e rallentamenti.
Per non parlare delle strade intorno a piazza Istria: corso Trieste, via di Santa Costanza, via Bisagno… Verrebbe da interrogarsi: ma i vigili a Roma ci sono ancora? Se sì allora che battano un colpo.

Roberta F. - Per telefono da Roma

) È un eterno problema che nessuna amministrazione è riuscito a risolvere. Da un po’ di tempo la situazione è peggiorata anche perché vedere un vigile urbano in giro con il fischietto in bocca e il blocchetto delle multe in mano è un evento sempre più raro. Eppure basterebbe la sola presenza della divisa per scoraggiare tante seconde file.
La polizia municipale che opera nella Capitale è da tempo sottodimensionata. Il concorsone indetto anni fa anche per trovare 300 nuovi vigili, una volta decretati i vincitori, non è andato più avanti. L’attuale giunta lo ha scongelato e sono state fatte le prime assunzioni. Ma evidentemente non basta. Resta però la domanda: anche in una situazione di emergenza e sapendo che i “furbetti” si fanno vivi solo e in quelle determinate strade, perché non si organizza un servizio a tutela di tutti gli altri cittadini?
Pubblicato in Rubriche

1) REDDITO DI CITTADINANZA: E ALLORA?; 2) LE LAUREE PIÙ SICURE E QUELLE COSÌ COSÌ; 3) CRESCE L’OCCUPAZIONE NEI SETTORI PRIVATI; 4) I POSTI AL NORD CHE NESSUNO OCCUPA; 5) CHE COSA FARE DELLE FERIE NON FATTE?

1) REDDITO DI CITTADINANZA: E ALLORA?

D) Ho letto lo “speciale” che avete dedicato al reddito di cittadinanza e ho anche risposto al Sondaggione lanciato dalla vostra rivista sullo stesso argomento. L’iniziativa presa dal Movimento 5 Stelle è di quelle che possono davvero dare una mano alle persone che non lavorano: 780 euro al mese e l’offerta di tre proposte di impiego non sono uno scherzo.
Il punto adesso è: quando verrà dato il via libera al provvedimento? Nello “speciale” avete scritto che i tempi non saranno rapidissimi in quanto è il nuovo governo che dovrà discuterlo e approvarlo e poi sottoporlo al giudizio del Parlamento.
Con l’occupazione che ancora stenta a decollare, chi è nelle stanze dei bottoni deve avere ben presente la situazione dei tanti che ormai vivono a ridosso della soglia di povertà e che non sanno più a che santo votarsi.
Raniero Carli - Per e-mail da Roma

R) Il reddito di cittadinanza, che per le famiglie di 4 persone tutte disoccupate potrebbe arrivare fino a 1.950 euro al mese, ha giustamente suscitato un enorme interesse. È più “pesante” del reddito di inclusione e per averlo richiede meno carte da bollo. Per chi è iscritto ai Centri per l’impiego (questo è uno dei pochi requisiti richiesti) è una manna dal cielo, in particolare per chi abita nelle regioni dove la ripresa stenta ad arrivare.
Ora la domanda è: chi ne ha diritto quando potrà cominciare a inoltrare la domanda? La risposta, dal punto di vista dei passaggi normativi, è quella indicata nel nostro “speciale”. Però, prima, ci deve essere la volontà politica: cioè – appunto – il nuovo governo che si insedierà deve dare l’okay e contemporaneamente indicare da dove salteranno fuori i soldi per finanziare il progetto (dai 16 miliardi di euro in su).
Nelle settimane trascorse dalle elezioni del 4 marzo non è che il quadro sia diventato più chiaro. Anzi. Il compromesso necessario per l’eventuale intesa tra Lega e M5S vedrà probabilmente proprio il reddito di cittadinanza al centro delle discussioni. Così come la flat tax al 15% di Matteo Salvini.
Se a ciò si aggiunge che quel compromesso non è questione di minuti, allora si può ragionevolmente affermare che per richiedere l’assegno di 780 euro bisognerà armarsi di pazienza e sperare che in corso d’opera non sorgano ostacoli che ne riducano la portata.

2) LE LAUREE PIÙ SICURE E QUELLE COSÌ COSÌ

D) Di tanto in tanto vengono pubblicati i dati sulle lauree più utili ai fini del lavoro. Ne ho alcuni che risalgono a un paio di anni fa. Ce ne sono di più recenti?
Chiara Mirabelli - Per e-mail da Roma

R) Per questo tipo di analisi il riferimento più autorevole è Almalaurea, il Consorzio universitario al quale aderiscono 75 atenei e che rappresenta il 91% dei laureati italiani.
Secondo l’ultima indagine (anno 2017) le lauree più richieste e che fanno guadagnare di più riguardano le professioni sanitarie e quelle di ingegneria, quindi le statistico-economiche, le scientifiche, le chimiche e quelle in architettura. Qui il tasso di occupazione è mediamente intorno all’88%. Le retribuzioni variano tra i 1.500 e i 1.700 euro.
Sono invece meno sicuri i laureati dei gruppi letterario, giuridico, geobiologico, insegnamento, psicologico, politico-sociale e agraria. Retribuzioni intorno ai 1.200 euro.
Dall’anno accademico 2018-2019 entrano in campo le lauree triennali professionalizzanti (una dozzina di corsi per 50 studenti ognuno) pensate in collaborazione con il mondo della produzione proprio per creare professionalità immediatamente spendibili.

3) CRESCE L’OCCUPAZIONE NEI SETTORI PRIVATI

D) Non si parla più dell’andamento di occupazione e disoccupazione. Fino a poco tempo fa, quasi ogni mese ci si accapigliava per qualche decimale in più o in meno. Il voto e il dopo-voto hanno come anestetizzato il tema. Eppure sapere come ce la stiamo cavando non è di poco conto.
Gianna Filippi - Per telefono da Roma

R) I numeri che abbiamo sottomano sono quelli dell’Osservatorio sul precariato dello scorso gennaio. Tra pochi giorni dovrebbero uscire anche quelli dell’Istat.
L’Osservatorio ha accertato che le assunzioni riferite al settore privato sono state 655.000, in aumento del 22,1% rispetto a gennaio 2017. Tutte le tipologie contrattuali sono in crescita: tempo indeterminato +11,9%, apprendistato +29,6%, tempo determinato +18,3%, stagionali +18,5%, in somministrazione +26,8%, a chiamata +83,6%.
In forte aumento anche le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (51.000) +78,3%. In contrazione, invece, i rapporti di apprendistato confermati alla conclusione del periodo formativo (-21,1%).
Le cessazioni sono state complessivamente 454.000, in aumento rispetto all’anno precedente del 15,9%. A crescere sono le cessazioni di tutte le tipologie di rapporti, soprattutto a tempo determinato e in somministrazione.
Il saldo tra assunzioni e cessazioni è pari a +201.000, superiore a quello dello scorso gennaio (+144.000). Dopo 7 mesi è tornata ad essere positiva anche la variazione netta dei contratti a tempo indeterminato +70.000.
L’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato e delle trasformazioni dei rapporti a termine è presumibilmente riconducibile ai nuovi sgravi introdotti dalla legge di bilancio 2018 per le assunzioni di under 35 al primo contratto a tempo indeterminato.

4) I POSTI AL NORD CHE NESSUNO OCCUPA

D) Chi abita, come me, in una città del Sud stenta a credere che nel Nord le aziende non riescano a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno…
Roberta S. - Per telefono da Salerno

R) Eppure è così. L’Associazione degli industriali bresciani ha calcolato che entro il 2021, cioè nel giro di 3 anni, la Lombardia avrà necessità di 137.000 addetti, di cui oltre 50.000 nella metallurgia e nella meccanica, e che sarà un problema trovarli. Su scala nazionale, Unioncamere ha calcolato che su 272.000 posizioni che si apriranno nella meccanica, nell’alimentare, nel tessile, nel chimico e nell’Ict, 104.320 difficilmente verranno individuati.
Come è stato scritto, già oggi ci sono imprese che devono farsi in quattro per risolvere la fame di personale. Qualche esempio? Alla Polidoro di Schio, produttrice di bruciatori a gas, servono 34 tecnici qualificati, 100 ingegneri e tecnici alla Itema di Colzate, in provincia di Bergamo, che fabbrica telai per il tessile, 40 meccanici e meccatronici alla Fonderia Torbole a pochi chilometri da Brescia, 20 tecnici alla Lafert di San Donà di Piave che produce motori elettrici. E così via. La Polidoro, tra l’altro, a chi proviene da altre città mette a disposizione gratuitamente anche l’alloggio.
Se funzionassero meglio i canali di comunicazione tra offerta e ricerca sarebbe un bel passo in avanti. È un nodo antico che però si stenta a sciogliere. Intanto restano quei tanti posti in attesa di essere occupati.

5) CHE COSA FARE DELLE FERIE NON FATTE?

D) Sono adetto alle pulizie presso un Comune del Lazio. Ho 50 giorni di ferie non ancora utilizzate. Posso chiedere un aumento dello stipendio?
F. P. - Formia (Lt)

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Le ferie sono riconosciute quale diritto irrinunciabile dei lavoratori dipendenti ad un periodo di riposo per reintegrare le energie psicofisiche.
Quelle non godute possono essere solo differite entro i termini prestabiliti per legge, mentre solo in casi eccezionali – sempre previsti dalla legge – possono essere retribuite con una indennità sostitutiva.

-> Per leggere la versione pubblicata sul n. 7/2018 della rivista online LAVORO FACILE clicca qui.

Pubblicato in Rubriche

1) Lotta agli sprechi: da dove si comincia?; 2) Ricordiamoci di chi cerca un lavoro; 3) Il costo dell’abbandono scolastico; 4) Mobbing: se il datore di lavoro nega.

1) Lotta agli sprechi: da dove si comincia?

 

D) Non ci vuole un genio per dire che occorre tagliare gli sprechi. Così come non bisogna essere dei Premi Nobel per capire che riducendo l’evasione fiscale ci sarebbero più soldi a disposizione dello Stato e del lavoro. Eppure sono anni che leggiamo e sentiamo di impegni in questo senso che poi restano sempre ben chiusi nei cassetti.
Adesso, dopo le elezioni dello scorso 4 marzo, ci risiamo con la promessa di lotta alle spese inutili e di caccia a chi non paga le tasse. Sarà la volta buona?
Cesare Rossetti - Per e-mail da Roma

R) È giusto ridurre i costi dello Stato ed è altrettanto giusto che chi non paga le tasse cominci a pagarle. Fin qui, almeno a parole, non ci sono problemi perché tutti sono – e siamo – d’accordo. I nodi cominciano a venire al pettine quando si deve mettere a punto una strategia operativa.
L’argomento è di quelli seri. È stato calcolato, infatti, che la macchina dello Stato costi nel suo insieme poco più di 539 miliardi di euro (qui c’è di tutto: dai dipendenti dei ministeri ai Corpi della polizia e dei vigili del fuoco, dalla difesa alle spese per il funzionamento dell’istituzione scolastica, dalle attività culturali alla salute…).
Per quanto riguarda l’evasione fiscale, la cifra oscilla tra i 250 e i 270 miliardi di euro mentre – secondo Eurispes – in Italia ci sarebbe un Pil sommerso pari a 540 miliardi di euro. Tra le regioni meno virtuose in materia di pagamento delle tasse ci sono Calabria e Sicilia ma anche la piccola Valle d’Aosta figura nelle prime posizioni. Tra quelle più in regola, Lombardia, Piemonte, Campania e Puglia.
In Europa deteniamo abbondantemente la maglia nera e, nonostante le attività di contrasto messe in campo, molto resta da fare.
Queste sono le cifre. Ma da dove si comincia? Dov’è che si può davvero risparmiare? Con quali tempi?
Carlo Cottarelli, che per un po’ di mesi ha gestito come commissario incaricato dal governo Letta, il tema della spending review, aveva preparato un programma triennale che prevedeva tagli su beni e servizi (-7,2 miliardi), fatturazione e pagamenti elettronici (-2,5 miliardi), fabbisogni Comuni (-2 miliardi), sinergie tra i Corpi di polizia (-1,7 miliardi), razionalizzazione del patrimonio immobiliare (-500 milioni), riduzione stipendi dirigenti (-500 milioni), sedi periferiche statali (-400 milioni), consulenze e auto blu (-300 milioni), e così via.
Cottarelli si è arreso perché, ha detto in un’intervista, “mentre ero lì che cercavo di tagliare la spesa, passavano provvedimenti che la aumentavano”. Comunque, ha tenuto a precisare, non è vero che “tutta la spesa è spreco” né che se si taglia si “distrugge il welfare”.
Insomma, tagliare si può e si deve. Al momento, però, ancora non si conoscono nel dettaglio le proposte dei principali partiti appena entrati nel nuovo Parlamento.

2) Ricordiamoci di chi cerca un lavoro

D) Non mi pare che il ritorno dei benefici alle aziende che assumono si stia traducendo in un aumento degli occupati. In tempi di incertezza economica (vedi i dazi dell’America di Donald Trump) e politica (vedi le difficoltà sulla strada di un nuovo governo in Italia) si preferisce restare alla finestra. Solo che chi ha bisogno di uno stipendio non può mica aspettare che la Casa Bianca faccia pace con il mondo e che i nostri partiti riescano a trovare un’intesa…
Enzo R. - Per telefono da Roma

R) Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 0,2 punti rispetto a dicembre e si è attestato all’11,1%. In crescita anche il numero degli occupati (+25.000) quasi sempre a tempo determinato. Può sembrare una contraddizione ma ormai sappiamo che non è così.
Tra i giovani, il tasso di disoccupazione è sceso al 31,5%, il più basso dal dicembre 2011. Per quanto riguarda le donne, l’occupazione è salita a quota 49,3%, un autentico massimo storico. Nonostante questo, il nostro tasso di occupazione femminile nei confronti dei più importanti Paesi europei fa una ben magra figura: in Germania è del 74,5% e in Francia del 66,3%.
Purtroppo, il quadro macroeconomico e quello più propriamente italiano sono piuttosto complicati e complessi. Un orizzonte diverso sarebbe auspicabile ma questa per ora è la situazione. Ed è pensando a chi ha più bisogno che chi di dovere dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. E agire di conseguenza.

3) Il costo dell’abbandono scolastico

D) Se è vero – come è vero – che l’ascensore sociale si è fermato ciò è dovuto, secondo me, al fatto che la scuola non è più in grado di preparare i giovani alle necessità del mondo della produzione. Fino a qualche anno fa un diploma o una laurea erano dei passaporti più che validi. Oggi se non si ha quel diploma o quella laurea si è tagliati fuori.
Per questo tanti ragazzi non riescono a trovare lavoro. La responsabilità è di chi dovrebbe fare orientamento e non lo fa (o lo fa male) e della scuola che si preoccupa solo di riempire le aule e poi che ognuno si arrangi.
Carla Simoni - Per e-mail da Roma.

R) L’ascensore sociale si è fermato perché, come è stato rilevato, i giovani che provengono da famiglie ricche o comunque senza problemi di portafoglio, hanno potuto continuare a frequentare percorsi scolastici migliori e costosi in grado di garantire, al termine, una via preferenziale all’occupazione. Non è una novità però la crisi ha senza dubbio accentuato il fenomeno.
Ma c’è di più. Per esempio, negli ultimi 5 anni l’abbandono scolastico ha subito una notevole impennata tanto che dei 6.114.644 iscritti al primo anno delle superiori ben 1.744.142 non hanno concluso gli studi.
Particolarmente alto l’abbandono negli istituti professionali (-47,1% in Sardegna. -42,7% in Sicilia, -40,7% in Campania), negli istituti tecnici (-34,8% in Campania, -32,1% in Molise, -31,7% in Sardegna), negli istituti magistrali (-34,4% in Sardegna, -24,8% in Piemonte, -24,1% in Lombardia), nei licei artistici (-34,2% in Emilia Romagna, -30,5% in Campania, -28,7% in Toscana), nei licei scientifici (-26,7% in Sardegna, -24,2% in Lombardia, -23,1% in Toscana).
Siccome per ogni studente delle secondarie superiori lo Stato impegna ogni anno 6.914 euro (la fonte è un’inchiesta di “Tuttoscuola”) il costo della dispersione scolastica è stato dal 2008 pari a 27,44 miliardi di euro.
Da aggiungere il costo a perdere di chi ce l’ha fatta a prendersi una laurea e poi si è visto costretto a portare le sue conoscenze in un altro Paese perché qui in Italia non è riuscito a trovare un impiego.

4) Mobbing: se il datore di lavoro nega

D) Dopo alcuni mesi d’inferno trascorsi in ufficio, ho deciso di aprire una vertenza per mobbing. Ne ho parlato direttamente anche con il responsabile della società presso la quale lavoro il quale, cadendo dalle nuvole, mi ha detto: “Qui siete in molti e non posso sapere vita, morte e miracoli di ciascuno”. Quindi ha aggiunto che, comunque, avrebbe chiamato il capo del mio reparto per capire meglio la situazione.
L’incontro c’è stato ma non è successo niente. Il mio caso è finito anche sul tavolo del nostro rappresentante sindacale che ha invitato chi di dovere (cioè il responsabile dell’azienda, il quale – quindi – mi ha mentito quando ha detto di non sapere) ad intervenire.
Ho l’impressione che ci si voglia trincerare dietro a “quell’io non sapevo” per evitare grane. Questo mi sta facendo venire dei dubbi: non è che con questi presupposti la mia vertenza si può considerare già persa?
M. S. - Per telefono da Frosinone

R) È vero che le vicende di mobbing, per lunghi anni, non hanno avuto vita facile nelle aule dei tribunali. Il fenomeno era controverso, non ancora scientificamente e ampiamente conosciuto e il lavoratore difficilmente riusciva a farsi riconoscere i diritti violati.
Ma le cose nel frattempo sono cambiate, tant’è che la Cassazione, con la sentenza che porta il numero 12445, ha fatto chiarezza proprio su alcune questioni controverse, in particolare sul ruolo/funzione del datore di lavoro.
I giudici hanno stabilito che ha “natura contrattuale la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di sicurezza” che gli impone – appunto – l’adozione di misure di sicurezza e prevenzione che, secondo la particolarità dell’impiego, l’esperienza e la tecnica, “sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Il datore di lavoro è altresì “responsabile dei danni subiti dal proprio dipendente… anche quando ometta di controllare e vigilare che di tali misure sia stato fatto effettivamente uso”. Unica eccezione, allorché “il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità e dell’assoluta imprevedibilità”.
Alla luce di tutto questo, le preoccupazioni di M. S. sembrano quindi infondate.

Pubblicato in Rubriche

1) REDDITO DI INCLUSIONE: NESSUNO MI RISPONDE; 2) FRANCHISING: 1.000 APERTURE, 10.000 POSTI; 3) ECCO LE 14 LAUREE PROFESSIONALIZZANTI; 4) TRASFERIMENTI SÌ MA SECONDO LE REGOLE; 5) CHE COSA SIGNIFICA JOB SHARING

1) REDDITO DI INCLUSIONE: NESSUNO MI RISPONDE

D) Ho raccolto la documentazione necessaria e, all’inizio di gennaio, ho inviato al Comune la domanda per ottenere il reddito di inclusione. Da allora non ho saputo più nulla. So che il pagamento dell’indennità è già cominciata e non so che cosa fare. Perché nessuno si fa vivo? Ho richiesto quel contributo perché ne ho bisogno. Posso dire che mi sento preso in giro?
M. F. - Per telefono da Roma

R) Secondo dati che sono stati pubblicati anche dal “Sole-24 Ore”, a Roma sono state presentate all’Inps – al 12 febbraio – più di 4.000 domande. Di queste 871 sono risultate in regola, 1.062 sono state respinte, 1.029 sono in lavorazione, 539 sono in attesa di giudizio, 677 devono essere perfezionate.
Per accelerare l’iter, alcuni Comuni hanno rafforzato e prolungato l’orario degli uffici dedicati. Se la richiesta è priva di qualche documento o se non ha le caratteristiche previste dal bando ciò viene comunicato ai diretti interessati. O almeno così dovrebbe essere. Comunque, indicando il codice della pratica, è possibile sapere lo stato delle cose.
Sulla base di quanto riferito dai servizi comunali, la ragione di gran parte delle bocciature è dovuta al mancato rispetto di tutti gli indicatori economici (Isee fino a 6.000 euro, Isre non oltre i 3.000 euro, patrimonio immobiliare diverso dall’abitazione non superiore a 20.000 euro, patrimonio mobiliare di massimo 10.000 euro).
Può darsi pure, come è accaduto, che il dialogo informatico tra le amministrazioni locali e l’Inps, per varie ragioni, non abbia funzionato al meglio. C’è adesso l’assicurazione che, superata la fase d’avvio, il sistema operativo riuscirà a sincronizzarsi con le aspettative. Si dirà: meglio tardi che mai. Una magra consolazione per chi di quei soldi (da un minimo di 187 euro a un massimo di 534 euro mensili) ha bisogno per tirare avanti.
Informazioni si possono trovare sul sito del governo o su quello dell’Inps.

2) FRANCHISING: 1.000 APERTURE, 10.000 POSTI

D) Ho letto su “Lavoro Facile” di importanti marchi del franchising che si apprestano ad aprire nuove strutture con la conseguente ricerca di personale. Rispetto a quelle di cui avete parlato nel servizio ce ne sono anche altre? Farne un elenco può essere utile a chi è alla ricerca di un lavoro…
Mariella Berni - Per e-mail da Roma

R) È Confimprese che ha provato a buttare giù una mappa di ciò che potrebbe accadere nel mondo del franchising nel corso di quest’anno. La previsione è quantomai positiva: le inaugurazioni dovrebbero essere un migliaio per circa 10.000 opportunità lavorative.
Come è noto, il sistema del franchising, soprattutto quello legato ai brand più noti e collaudati, offre a chi vuole mettersi in proprio maggiori garanzie di riuscita e minori rischi imprenditoriali. Poi – e qui si arriva al punto – una volta tirata su la saracinesca c’è bisogno di personale se l’azienda non è a carattere strettamente familiare.
E, in effetti, avere sott’occhio i marchi più attivi può servire a orientare i giovani e i meno giovani che sono a caccia di un posto. Ecco, allora, le prime 10 società che figurano nella classifica elaborata da Confimprese con, accanto, il numero dei nuovi punti vendita: 1) Tecnocasa, 205; 2) Mondadori, 65; 3) Cigierre, 50; 4) Primadonna, 50; 5) Yamamay, 43; 6) Kasanova, 40; 7) La Piadineria, 40; 8) Burger King, 30; 8) Camomilla, 30; 10) Thun, 30.
Il testo integrale del rapporto è sul sito: www.confimprese.it/lincontro-la-comunicazione-nel-retail-milano-16-gennaio-2018-ore-11-00-2.

3) ECCO LE 14 LAUREE PROFESSIONALIZZANTI

D) Che cosa sono le lauree professionalizzanti? Quali le specializzazioni? Dove si trovano gli atenei che le proporranno? I corsi quando cominceranno? In proposito ho letto solo poche notizie mentre, invece, mi sembra un’iniziativa da non sottovalutare. Sono uno studente che quest’anno prenderà la maturità e l’idea, per quello che sono riuscito a sapere, non mi dispiace. Posso sperare in una risposta che possa essermi utile?
Mauro Romiti - Per e-mail da Firenze

R) Andiamo per ordine. Le lauree professionalizzanti durano 3 anni: il primo è di natura tradizionale, il secondo riguarda essenzialmente attività di laboratorio, il terzo è di formazione on the job. L’obiettivo è creare professionalità tecniche di cui il mondo del lavoro ha bisogno e che spesso non riesce a trovare.
C’è chi vi ha visto una sorta di sovrapposizione con gli Istituti tecnici superiori ma il rischio non dovrebbe sussistere. Le specializzazioni sono 14 e riguardano: ingegneria del legno (università di Bolzano), ingegneria civile (università di Udine), tecniche e gestione dell’edilizia e del territorio (università di Padova), ingegneria per l’industria intelligente (università di Modena e Reggio Emilia), ingegneria meccatronica (università di Bologna e università di Napoli-Federico II), tecnologie e trasformazioni avanzate per il settore legno-arredo-edilizia (università di Firenze), tecniche delle costruzioni e gestione del territorio (politecnico delle Marche), agribusiness (università di Siena), costruzione del mezzo navale (università di Napoli-Partenope), costruzioni e gestione ambientale e territoriale (politecnico di Bari), ingegneria delle tecnologie industriali (università del Salento), ingegneria in gestione energetica e sicurezza (università di Sassari), ingegneria della sicurezza (università di Palermo).
I corsi cominceranno a settembre. Per le iscrizioni le modalità sono quelle in vigore presso tutti gli atenei italiani.

4) TRASFERIMENTI SÌ MA SECONDO LE REGOLE

D) Sono assunta da 4 anni con regolare contratto a tempo indeterminato come impiegata di V livello. Nei primi 2 anni, per affinare il mio profilo professionale, ho lavorato in varie filiali della mia azienda. Da settembre mi hanno trasferito presso la succursale di Latina, dove tra l'altro risiedo. La cosa, quindi, non mi è dispiaciuta affatto.
Adesso, però, l'azienda vorrebbe trasferirmi di nuovo in un'altra filiale che si trova a 70 km di distanza, sempre nel Lazio.
Mi chiedo: possono adottare un simile provvedimento senza motivazione e con la “mia” filiale che resterà comunque aperta? E, perlomeno, posso chiedere un rimborso per il viaggio e per le altre spese che dovrò sostenere?
Per altri colleghi che si sono trovati nella mia stessa situazione non c’è stato niente di tutto questo. Nemmeno una lettera o una comunicazione scritte, ma solo una telefonata con l’indicazione/ordine che dal tal giorno bisognava cominciare a lavorare da un’altra parte.
L. M. - Per e-mail da Latina

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Il datore di lavoro ha discrezionalità nel decidere unilateralmente il trasferimento del lavoratore a condizione che i trasferimenti avvengano da una unità produttiva ad un'altra della stessa azienda e che siano giustificati da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.
Tale accertamento deve riguardare ragioni oggettive sussistenti al momento del trasferimento e non dopo; deve poi essere evidente il rapporto di causalità tra le ragioni e il lavoratore trasferito, e il trasferimento deve essere finalizzato al migliore funzionamento dell'azienda.
In assenza di tali elementi il dipendente potrà rivolgersi al Giudice del Lavoro per ottenere la modifica del provvedimento del datore.

5) CHE COSA SIGNIFICA JOB SHARING

D) Che cos’è il contratto di job sharing? Tra le tante forme di lavoro mi pare che sia la meno usata. Eppure me l’hanno proposta…
Paolo Lorenzi - Per telefono da Roma

R) Job sharing significa, letteralmente, lavoro ripartito. Ed è proprio questo il riferimento: vale a dire, in pratica, che due soggetti si assumono in solido l’adempimento di una medesima obbligazione lavorativa, che corrisponde a un unico posto di lavoro a tempo pieno. In tal caso i lavoratori hanno la facoltà di distribuirsi tra loro, a seconda delle proprie esigenze, l’orario e la quantità di lavoro, anche con modalità di volta in volta differenti.
Ciascun lavoratore resta comunque personalmente responsabile dell’adempimento dell’intera prestazione lavorativa. Nel caso di recesso o estinzione da parte di uno dei due contraenti, il rapporto di lavoro cesserà anche per l’altro.
Sufficientemente diffuso all’estero, il contratto di job sharing non ha incontrato particolare favore in Italia.

Pubblicato in Rubriche

1) IL RITORNO DEI CONCORSI DELLO STATO; 2) OCCUPAZIONE: CHI CI CAPISCE È BRAVO; 3) ECCO LE FIGURE PIÙ RICERCATE NEL 2018; 4) IL PART TIME A TEMPO INDETERMINATO; 5) SE LA FORMAZIONE TORNA IN PRIMO PIANO

1) IL RITORNO DEI CONCORSI DELLO STATO

D) Ma gli Enti pubblici non avrebbero dovuto, con l’inizio dell’anno, partire con una serie di concorsi per coprire i vuoti aperti da anni di blocco del turn over? Finora non si è visto niente. Un’altra delle tante promesse usate come specchietto per le allodole?
Mirella Crosti - Per e-mail da Roma

R) Le elezioni del 4 marzo per il rinnovo di Camera e Senato hanno congelato su questo versante la macchina dello Stato. Toccherà al prossimo governo e ai prossimi ministri rimettere in moto quanto è già stato sostanzialmente deciso. A meno che non si voglia rimettere in discussione anche questa parte di eredità e ricominciare tutto daccapo.
Tra i bandi che dovrebbero uscire quanto prima ci sono quello del ministero dell’Economia per circa 400 posizioni e quello dell’Agenzia delle Entrate per circa 230 dirigenti e funzionari. Inoltre, 99 per il Consiglio di Stato, 41 per il ministero delle Infrastrutture, 37 all’Avvocatura dello Stato, 22 all’Inail, e così via. Nell’elenco si possono aggiungere anche i 150 posti per il Parlamento di cui “Lavoro Facile” ha parlato in anteprima nei numeri scorsi.
Da tenere presente che anche le istituzioni locali (Comuni e Regioni) possono ricominciare ad assumere proprio in virtù dell’alleggerimento delle norme restrittive del turn over: in sostanza, potranno tornare a spendere non più il 25% ma il 75% del risparmi dovuti alla cessazioni dei rapporti di lavoro (pensionamenti e prepensionamenti).

2) OCCUPAZIONE: CHI CI CAPISCE È BRAVO

D) Confesso che è difficile rendersi conto di che cosa stia accadendo nel mondo del lavoro. Se, cioè, l’occupazione sia in crescita oppure no. I dati che vengono pubblicati ogni mese suscitano quasi sempre interpretazioni contrastanti.
A dicembre, per esempio, ci è stato detto che, rispetto a novembre, si sono persi 66.000 posti. Contemporaneamente, però, la disoccupazione è scesa dello 0,1%, arrivando a quota 10,8%. Come è possibile? Siamo in campagna elettorale e si dice tutto e il contrario di tutto, ma i numeri non dovrebbero essere soggetti a interpretazioni. Insomma, se tante persone hanno perso il lavoro come fa la disoccupazione a diminuire?
Cesare Buriani - Per e-mail da Roma

R) In effetti, la domanda una logica ce l’ha dal momento che le cifre sono proprio quelle indicate. Però una spiegazione c’è. Nella casella dei disoccupati, infatti, non rientrano gli inattivi, cioè coloro che un impiego non lo cercano neppure, e siccome questi a dicembre sono aumentati dello 0,8% (112.000 persone) ecco che nella contabilità generale i disoccupati risultano di meno nonostante quei 66.000 messi alla porta.
Se vogliamo è un bizantinismo perché se è vero che i calcoli vengono fatti utilizzando sempre gli stessi parametri, è anche vero che gli inattivi non sono mica finiti in un buco nero: vivono sempre in Italia, stanno in mezzo a noi e, comunque, un lavoro non ce l’hanno. Per le statistiche non esistono ma forse non è giusto.
Comunque, sarà interessante vedere come è andata l’occupazione a gennaio quando sono tornati in campo gli incentivi alle assunzioni che a dicembre non c’erano. I dati li conosceremo a inizio marzo. C’è da scommettere che i nuovi contratti registreranno un salto in avanti in quanto con l’inizio dell’anno le imprese hanno ripreso a risparmiare un un bel po’ di euro sulla fiscalità. Dal loro punto di vista, perché assumere a dicembre?

3) ECCO LE FIGURE PIÙ RICERCATE NEL 2018

D) Se la ripresa continuerà anche nel 2018 in quali settori si creeranno più posti di lavoro? Avere un’indicazione di massima può essere utile per non continuare a perdere tempo nell’attesa di offerte che mai si concretizzeranno. E, se ci si può spingere un po’ più avanti, quali saranno le mansioni più gettonate nel prossimo futuro?
So che non avete la palla di vetro, però…
Carla Rossetti - Per e-mail da Roma

R) L’esercitazione è tipica di ogni inizio anno. Quali i profili più ricercati e quali i numeri? Secondo il sistema informativo Excelsior-Unioncamere, questa è la classifica: 1) 67.400 impiegati; 2) 46.650 addetti alla ristorazione; 3) 38.800 addetti alle vendite; 4) 29.800 infermieri; 5) 28.800 tecnici di laboratorio; 6) 14.600 autisti.
Più indietro, ma in crescita, ecco i data labelling specialist, i programmatic manager, i project manager industria 4.0, i data protection officer, i designer di stampe 3D, gli esperti di blockchain.
Poi ci sono le figure necessarie alla rivoluzione hi-tech come i consulenti esperti di realtà virtuale e simulata, i big data expert, gli it security specialist, gli ap developer, i multichannel architect e gli interactive developer, i programmatori di intelligenze artificiali, i robotic engineer, i guardiani della privacy online.
Secondo un sondaggio del Gruppo Hayas, uno dei leader mondiali del recruitment specializzato, entro i 2025 – cioè tra appena 7 anni – le aziende che si muovono nei settori dell’Information technology si rivolgeranno maggiormente a professionisti freelance piuttosto che caricarsi di personale stabile. E sarà sempre più diffusa da cosiddetta “gig economy”, un modello operativo dove si lavorerà essenzialmente on demand, cioè solo quando c’è bisogno di determinati servizi, prodotti o competenze. Questo anche a fronte della velocità dei mutamenti tecnologici che renderà sempre più difficile trovare subito e in casa talenti adeguatamente formati.

4) IL PART TIME A TEMPO INDETERMINATO

D) Un contratto part time può essere a tempo indeterminato? E in che modo si può quantificare l’orario? Il contratto deve essere sempre elaborato in forma scritta?
Fabio Lulli - Per e-mail da Roma

R) Sì, il contratto part time può essere sia a tempo determinato che indeterminato. Queste le tipologie.
Part time orizzontale. Prevede un orario giornaliero inferiore rispetto a quello normale: dunque, considerando otto ore lavorative, è dipendente in part time orizzontale colui che lavora, per esempio, cinque ore al giorno per tutti e cinque i giorni lavorativi della settimana.
Part time verticale. Il lavoratore presta la sua opera con orario giornaliero a tempo pieno solo in determinati giorni della settimana, del mese o dell’anno (per esempio, lavorando per due giorni alla settimana invece che cinque, o a settimane alternate).
Part time misto. Risulta dalla combinazione delle precedenti tipologie (per esempio, cinque ore al giorno per tre giorni alla settimana).
Il contratto va sempre stipulato in forma scritta e deve obbligatoriamente contenere l’orario di lavoro con tutti i riferimenti di giorno, settimana, mese e anno. Se il part time è a tempo determinato deve essere indicato il termine di scadenza.

5) SE LA FORMAZIONE TORNA IN PRIMO PIANO

D) Finalmente ci si è accorti che la formazione è fondamentale non solo per trovare (o ritrovare) un lavoro ma anche per lo sviluppo del Paese. Parlo di quella che consente specializzazioni che la scuola, tranne rare eccezioni, non prevede.
Mi pare che si stia spingendo molto su questo versante e speriamo che i risultati non tardino ad arrivare. Ma ci voleva tanto per rendersene conto? Negli anni, qualsiasi rilevazione puntava l'indice proprio sulle carenze formative e, di conseguenza, sull'impreparazione dei nostri giovani. Tutti sapevano ma nessuno ha mai alzato un dito.
Carlo Rossetti - Per e-mail da Latina

R) Non è del tutto vero che la formazione sia stata la grande dimenticata perché non poco si è speso – grazie anche ai finanziamenti europei – e fatto. Semmai ci si può chiedere come si è speso e che cosa si è fatto: gli scandali e le inchieste della magistratura intorno agli strani giri nati all'ombra di quelle risorse hanno portato alla luce l'ennesimo e inquietante capitolo del malaffare italiano.
Ma serebbe sbagliato generalizzare: ci sono istituti che hanno saputo fare – e fanno – il loro mestiere e che hanno dato ai giovani alla ricerca di un posto una speranza in più.

Per leggere la versione pubblicata sul n. 4/2018 della rivista online LAVORO FACILE clicca qui.

Pubblicato in Rubriche

1) SLITTANO I 150 POSTI IN PARLAMENTO?; 2) FERIE DELLE COLF: COME E QUANDO; 3) ASILI NIDO: IL BONUS DA 1.000 EURO; 4) INCIDENTI SUL LAVORO: POCHI ISPETTORI; 5) ESISTE L’APPRENDISTATO STAGIONALE?

1) SLITTANO I 150 POSTI IN PARLAMENTO?

D) Attendo con ansia i concorsi per i 150 posti in Parlamento di cui avete dato notizia nel numero scorso. Mi pare, però, che la situazione sia ancora nebulosa, anche perché con le elezioni di mezzo la palla passerà al nuovo governo il quale avrà bisogno di un po’ di tempo per capire come muoversi.
Comunque sarei interessato al ruolo di segretario parlamentare. Potete darmi qualche particolare in più?
Mirko Confalone - Per e-mail da Roma

R) Come abbiamo scritto, l’ultimo concorso per la mansione risale a 15 anni fa. Anche per questa figura le innovazioni tecnologiche – che allora non si erano ancora manifestate in tutta la loro portata – non mancheranno di farsi sentire per quanto riguarda i requisiti. E, probabilmente, anche il titolo di studio farà uno scatto in avanti.
Nel luglio del 2003, infatti, era sufficiente il diploma di scuola superiore di secondo grado di durata quinquennale conseguito con votazione non inferiore a 42/60 o a 70/100, un’età non inferiore a 18 anni e non superiore ai 40 anni, e un’esperienza non inferiore ai 3 anni maturata come analista, programmatore o sistemista in istituzioni pubbliche o private anche comunitarie o internazionali.
Secondo fonti bene informate è assai probabile che al posto del diploma possa essere richiesta la laurea e che sia obbligatoria la conoscenza di almeno una lingua (inglese).
Le elezioni del 4 marzo incideranno sicuramente sui tempi della pubblicazione dei bandi. La nuova data, però, non dovrebbe andare al di là dell’estate.

2) FERIE DELLE COLF: COME E QUANDO

D) Abbiamo da circa un anno una collaboratrice domestica assunta con contratto a tempo indeterminato. In vista dell’estate, per non farci trovare impreparati, stiamo già ragionando sulle ferie. Quanti giorni dobbiamo prevedere? È possibile frazionarle? Il periodo lo possiamo scegliere noi oppure dobbiamo accogliere quello che ci verrà indicato?
Marcella Boni - Per telefono da Roma

R) Il contratto delle Colf è chiaro su tutti i punti segnalati: 1) sono 4 le settimane di ferie che spettano ogni anno di servizio; 2) sì, si possono frazionare ma in non più di due momenti; 3) il periodo deve essere compreso tra giugno e settembre, come gran parte del Ccnl, ma se ci sono particolari esigenze e se c’è l’accordo di tutte le parti le date possono anche essere diverse.
Ricordiamo, in proposito, che dallo scorso 1° gennaio gli importi minimi delle retribuzioni hanno subito un leggero ritocco al rialzo: ciò va tenuto presente anche per il calcolo della tredicesima mensilità che va sempre pagata entro il mese di dicembre.
Maggiori informazioni si possono chiedere a Assindatcolf (tel. 06.32650952, via Principessa Clotilde 2 - 00196 Roma); Domina (tel. 06.50797673, viale Pasteur 77 - 00144 Roma); Assofamiglie (tel. 06.98381500, via Merulana 134 - 00185 Roma); Adld (tel. 02.89409036, via Ausonio 6 - 20123 Milano).

3) ASILI NIDO: IL BONUS DA 1.000 EURO

D) Mia figlia è nata il 26 settembre 2015. So che ci sono dei contributi per gli asili nido e credo di averne diritto: a chi devo rivolgermi?
Cinzia Rocchi - Per e-mail da Roma

R) Il referente è l’Inps e la raccolta delle domande per il 2018 è già in corso dal 29 gennaio. Il bonus può essere richiesto dai genitori di un minore nato dal 1° gennaio 2016: pertanto, nel caso specifico, l’età non rientra nei termini del provvedimento.
L’assegno, come contributo per il pagamento delle rette di asili nido pubblici o privati autorizzati, è di 1.000 euro l’anno. La somma è riconosciuta anche ai bambini con meno di 3 anni affetti da gravi patologie croniche che hanno bisogno di assistenza domiciliare.
Per tutte le altre informazioni utili clicca qui.  Tel. 06.164164 (da rete mobile). Contact center tel. 803.164 (gratuito da rete fissa).

4) INCIDENTI SUL LAVORO: POCHI ISPETTORI

D) Non passa giorno senza che ci siano incidenti sul lavoro con morti e feriti. È un bollettino di guerra che va avanti da troppo tempo. Di recente, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto che l’Italia non può rassegnarsi a subire questi lutti senza reagire e che i controlli devono essere più attenti e rigorosi.
Il problema è che chi di dovere deve darsi una mossa, però non mi sembra che in giro ci sia tanta voglia di porre seriamente rimedio a questo dramma.
Francesco Leonetti - Per e-mail da Viterbo

R) Più volte i lettori hanno segnalato in questo spazio come le morti bianche siano una vergogna per il Paese. E i dati lo dimostrano. Secondo quelli elaborati da Eurostat, in Europa solo la Francia sta peggio di noi ma lì il numero di lavoratori in attività è decisamente più alto.
Giustamente il presidente Mattarella ha parlato di controlli più attenti e rigorosi perché questo è lo snodo fondamentale: se gli ispettori non si fanno vedere, per le aziende è meno rischioso non rispettare le norme. E gli ispettori, come è stato accertato, sono troppo pochi rispetto all’attività da svolgere. Quindi senza nuove assunzioni è difficile che la situazione possa migliorare, a meno che le imprese stesse non decidano di applicare con più rigore le misure antinfortunistiche.
L’istituto che si occupa della vigilanza è l’Inail. Il servizio ispettorato e sicurezza si trova a Roma in via Quattro Novembre 144. Tel. 06.6786053.

5) ESISTE L’APPRENDISTATO STAGIONALE?

D) Con la prossima stagione estiva le strutture che operano nel turismo assumeranno, come sempre, molte persone a tempo determinato o con contratto di apprendistato stagionale. Ma quest’ultimo non era vietato?
S. B. - Per e-mail da Latina

R) Le cose stanno così: nelle misure adottate per favorire l’occupazione c’è un emendamento secondo il quale, nelle realtà territoriali dove esiste una consistente richiesta di addetti stagionali, è possibile stipulare contratti di apprendistato a tempo determinato purché la Regione interessata abbia previsto un percorso di crediti formativi nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro.
Non è una novità in quanto, grazie ad accordi sindacali e a norme di carattere locale, questo tipo di impegno è previsto da tempo. Tra l’altro, in Germania ha dato degli ottimi risultati. Naturalmente, importante è che tutte le parti in causa ne rispettino ambiti e limiti.

Pubblicato in Rubriche
Pagina 11 di 15