1) NUOVE REGOLE PER I VOUCHER: ERA ORA. 2) CASSA INTEGRAZIONE AGLI APPRENDISTI? 3) GIOVANI IN AGRICOLTURA: LE AGEVOLAZIONI. 4) INSEGNO L’INGLESE PERÒ… GRATIS

1) NUOVE REGOLE PER I VOUCHER: ERA ORA

Finalmente ci si è decisi a varare norme più chiare per impedire l’uso improprio dei voucher. Meglio tardi che mai. Personalmente, però, sono sicura che le illegalità non scompariranno di colpo. Sono pronta a scommetterci. Siamo in Italia e siamo italiani…

Laura Corsini - Per e-mail da Roma

Lo scorso 23 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva, su proposta del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, le disposizioni integrative e correttive del Jobs Act proprio in materia di voucher. In sostanza è stato dato l’ok a ciò che era ampiamente stato anticipato anche da “Lavoro Facile” in uno degli ultimi numeri.

Le integrazioni, che riguardano il lavoro accessorio, cioè  i cosiddetti voucher, sono volte a garantirne la piena tracciabilità. Mutuando la procedura già utilizzata per il lavoro intermittente, gli imprenditori non agricoli o i professionisti che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio sono tenuti, almeno 60 minuti prima dell'inizio dell’attività, a comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inps), mediante Sms o Posta elettronica, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo, il giorno e l’ora di inizio e di fine della prestazione.

I committenti imprenditori agricoli, invece, hanno 3 giorni di tempo per adempiere alle stesse modalità. In caso di violazione degli obblighi di comunicazione è prevista una sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro in relazione ad ogni lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.

Fin qui il decreto legislativo. Funzionerà? Non resta che aspettare i primi dati. Lo stesso Poletti, comunque, ha detto che se i risultati non dovessero essere soddisfacenti si penserà a ulteriori giri di vite.

2) CASSA INTEGRAZIONE AGLI APPRENDISTI?

Avevo un contatto di apprendistato ma lo scorso mese l’azienda che mi aveva assunto ha chiuso. Io e gli altri dipendenti ci siamo ritrovati, dall’oggi al domani, in mezzo alla strada. Loro, però, possono usufruire della cassa integrazione e almeno qualcosa riescono a mettersi in tasca.

Trovo che questa disparità di trattamento non sia giusta perché discrimina tra lavoratore e lavoratore. Adesso qualcuno mi dice che anch’io potrei beneficiarne. Stento a crederci: sarà vero?

Roberto V. - Per telefono da Roma

Sì, è vero. Solo che il contratto deve essere di apprendistato professionalizzante. Verificarlo non è difficile. Una volta accertate come stanno le cose, e in caso di esito positivo, occorre che l’azienda ne faccia richiesta all’Inps: l’Istituto, accertata la validità dei requisiti, provvederà ad erogare l’assegno secondo i livelli contemplati dal trattamento.

Come è noto, la cassa integrazione guadagni (Cig) è un ammortizzatore sociale che prevede il versamento da parte dell’Inps di una somma di denaro in favore dei lavoratori che si trovano in precarie condizioni economiche in quanto il loro datore ha provveduto ad una riduzione o ad una sospensione della loro attività. La Cig, a seconda dei soggetti beneficiari, si distingue in ordinaria, straordinaria e in deroga. Per avere maggiori informazioni si può telefonare al contact center dell’Istituto 803164 (il numero verde è gratuito).

3) GIOVANI IN AGRICOLTURA: LE AGEVOLAZIONI

Quali sono esattamente le facilitazioni per i giovani che vogliono mettersi a fare impresa in agricoltura? Ho letto che c’è un ritorno di interesse verso questo settore che pure, a causa della serrata concorrenza internazionale e di certe regole europee che hanno penalizzato alcune nostre produzioni, non sembra passarsela troppo bene.

Però tra le nuove generazioni, in mancanza di altri sbocchi, la campagna è tornata ad esercitare un discreto fascino. Soprattutto se si può contare su agevolazioni che possono rendere meno difficile la strada…

Carlo Valori - Per e-mail da Viterbo

Le misure (pubblicate il 17 febbraio sul numero 39 della Gazzetta Ufficiale) ci sono e – in effetti – possono dare una bella mano. Naturalmente, per ottenere i contributi non basta bussare alla porta e chiederli, ma bisogna avere dei precisi requisiti.

Intanto, a chi spettano? Queste le indicazioni principali: 1) alle micro, piccole e medie imprese, in qualsiasi forma costituite, che subentrino nella conduzione di un’azienda agricola esercitante l’attività da almeno due anni; 2) le imprese devono essere costituite da non più di sei mesi dalla data di presentazione della domanda di ammissione alle agevolazioni; 3) devono esercitare esclusivamente l’attività agricola; 4) devono essere amministrate e condotte da un giovane in età tra i 18 e i 40 anni non compiuti, in possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale o di coltivatore diretto; 5) avere la sede operativa nel territorio nazionale.

E quali le agevolazioni? 1) mutui a un tasso pari allo zero della durata minima di 5 anni e massima di 10 anni, di importo non superiore al 75% delle spese ammissibili; 2) i progetti finanziabili non possono prevedere investimenti superiori a 1.500.000 euro e devono perseguire almeno uno dei seguenti obiettivi: a) miglioramento del rendimento e della sostenibilità globale dell’azienda; b) miglioramento dell’ambiente naturale, delle condizioni di igiene o del benessere degli animali; c) realizzazione e miglioramento delle infrastrutture connesse allo sviluppo, all’adeguamento e alla modernizzazione dell’agricoltura.

Le agevolazioni nel settore della produzione agricola primaria non possono superare l’importo di 500.000 euro per impresa e per progetto di investimento. Sono ammissibili le spese di fattibilità (compresa l’analisi del mercato), le opere agronomiche e di miglioramento fondiario, le opere edilizie per la costruzione e il miglioramento di beni immobili, gli oneri per il rilancio delle concessioni edilizie, gli allacciamenti, gli impianti, i macchinari e le attrezzature, i servizi di progettazione, i beni pluriennali.

Il provvedimento riguarda anche le attività agrituristiche. Le domande, corredate della documentazione richiesta, vanno inviate all’Ismea  (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare).

Il testo integrale del bando si può leggere sul sito dell’Istituto: www.ismea.it, link Autoimprenditorialià in agricoltura. La sede di Ismea è a Roma, in viale Liegi 26. Tel. 06.85568319/260 e 06.23329243. E-mail: urp@ismea.it.

4) INSEGNO L’INGLESE PERÒ… GRATIS

Sono stato assunto da una società privata che organizza corsi di inglese (io sono insegnante di questa lingua) con un contratto a progetto. Ho portato avanti tre corsi nell'arco di due anni ma sono stato pagato solamente per uno, e nemmeno per intero.

Il primo anno non ho firmato contratti perché mi sono fidato della parola data. Ebbene, non sono stato retribuito ma, se non altro, sono riuscito ad ottenere la regolarizzazione della mia posizione e, insieme, la promessa di "tanti" impegni futuri.

Per il secondo corso mi è stato corrisposto gran parte del compenso dovuto. Ma con il terzo riecco i problemi: lezioni sì, quattrini niente. Per non turbare gli allievi, che avevano pagato e che quindi avevano diritto al servizio, sono comunque andato avanti sollecitando la titolare a darmi quello che mi spettava.

È legale tutto ciò? In che modo la legge può tutelarmi? A chi posso rivolgermi?

F. P. - Per e-mail da Roma

Il lavoro deve essere sempre retribuito, al di là della configurazione che si dà ad un determinato tipo di rapporto, sia esso dipendente, autonomo, a tempo determinato o indeterminato o a progetto.

Nel caso lamentato, il lettore ben avrebbe potuto o potrebbe ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere quanto non corrisposto. Se si ha un documento comprovante la debenza degli importi, si potrà anche ottenere l’ingiunzione di pagamento.

Diversamente occorrerà presentare un ricorso ordinario nel quale si dovrà provare con mezzi di prova testimoniali le prestazioni svolte e, per l'effetto, ottenere la condanna del datore a pagare il dovuto.

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1) Lavoro, perché date giudizi positivi? 2) Un sostegno a chi ne ha più bisogno 3) Alzare il tetto delle pensioni minime; 4) Sulla corruzione nessuno ci batte

1) Lavoro: perché date giudizi positivi?

Di solito sono quasi sempre abbastanza d’accordo con ciò che “Lavoro Facile” scrive nella rubrica “Parliamone”. Ma ora non mi sento di condividere il giudizio sostanzialmente positivo sull’andamento attuale della nostra economia e sull’occupazione che ho letto nel numero 13.

Mi pare che le cose non stiano così e che per chi è alla ricerca di un lavoro la situazione continui ad essere durissima. A che serve indorare la pillola?

Sergio G. - Per telefono da Roma

Ragionare sui dati trimestrali dell’Istat e del ministero del Lavoro non è facile perché spesso cambiano, e non di poco, da una rilevazione all’altra. Un fatto è però certo: da quando (dall’inizio dell’anno) sono diminuiti gli incentivi destinati alle imprese che assumono, i contratti a tempo indeterminato non hanno retto il ritmo che ha caratterizzato il 2015. In parte era scontato e in parte no perché si sperava in una ripresa complessiva del Paese che avrebbe dovuto sollecitare le imprese a proseguire nel rafforzamento della manodopera per sostenere le necessità della produzione.

Questa speranza si è avverata solo in parte e ciò, in contemporanea con la riduzione delle facilitazioni, ha frenato i segnali di risveglio. Che sta pesando soprattutto – e di  nuovo – sulle nuove generazioni.

Comunque, le cifre che si riferiscono al periodo aprile-giugno sono – così abbiamo scritto – in chiaro scuro. Le prossime usciranno all’inizio di ottobre e vedremo che cosa ci diranno. Quelle che abbiamo sotto gli occhi raccontano che tra assunzioni e licenziamenti il saldo è andato in attivo per 260mila unità. Però, anche se il segno è in zona positiva, nel confronto con lo scorso anno, la flessione è sensibile: -29,4%. In discesa anche le collaborazioni (partita Iva) e i rapporti a termine.

In assoluta controtendenza, invece, l’apprendistato che, sempre rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso, ha fatto registrare un +26,2%.

Insomma, ci vuole ben altro per cominciare a respirare a pieni polmoni. La riduzione strutturale del costo del lavoro e una correzione delle norme del Jobs Act che meno hanno funzionato possono dare una mano. Ma al centro di tutto – come ormai concordano in molti – occorre mettere quelle strategie orientate alla crescita in grado di dare una spinta propulsiva all’intero sistema.

Il governo saprà trovare le risorse necessarie per avviare il Paese lungo questa strada? È una domanda che chiama in causa non solo Palazzo Chigi ma anche l’Europa: senza una maggiore flessibilità e l’allentamento delle politiche imperniate sul rigore ogni decisione sarà più difficile.

2) Un sostegno a chi ne ha più bisogno

È vero che gli 80 euro al mese che vengono dati a chi ha un certo reddito stanno per arrivare anche nelle tasche di chi, allora, è stato escluso dal provvedimento? Non risolvono il problema di coloro che si trovano in difficoltà, ma è meglio averli. Penso a quei pensionati che vivono con l’assegno al minimo e ai tanti altri che non ce la fanno a tirare avanti.

Carla Mussi - Per e-mail da Roma

In queste settimane si è letto spesso di misure tendenti ad alleviare la situazione di quanti si trovano nella fascia della povertà o che, d’improvviso, hanno perso tutto e non sanno più come mettere insieme il pranzo con la cena. Per i lavoratori che non hanno  più uno stipendio ci sono – se ne hanno diritto – i cosiddetti ammortizzatori sociali. Ma sono sempre di più le persone prive di tutele o che devono cavarsela con pochi spiccioli.

Al governo si sono posti il problema e pare rafforzarsi l’ipotesi che qualcosa bisogna fare. Le ipotesi in campo sono diverse e ciò che si sta facendo è trovare la quadratura del cerchio: cioè, come arrivare a coinvolgere il numero maggiore di soggetti rispettando l’equilibrio dei conti dello Stato. Bisognerà aspettare la Legge di Stabilità per capire che cosa sarà stato deciso.

Ricordiamo che attualmente hanno diritto agli 80 euro i titolari di un reddito complessivo – al netto del reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale – non superiore a 26.000 euro. Ciò che ha suscitato non poche polemiche è che il credito non spetta ai pensionati né ai cosiddetti “incapienti”. Una evidente discriminazione che potrebbe essere sanata con le misure in discussione.

3) Alzare il tetto delle pensioni minime

Chi ha la pensione al minimo, come il sottoscritto, può sperare con il nuovo anno in qualche provvedimento migliorativo? Perché chi governa non pensa a noi che riceviamo poco più di 400 euro al mese? Che Paese è quello che non si cura dei meno fortunati?

S. P. - Per e-mail da Roma

In parte vale la risposta data qui sopra a Carla Mussi. Ma, nello specifico, si può aggiungere che ci sarebbe l'intenzione di alzare la soglia massima di reddito da 750 a 1.000 euro lordi al mese più il riconoscimento della quattordicesima mensilità.

4) Sulla corruzione nessuno ci batte

A che punto siamo con la corruzione? Sono convinto che, riducendo il fenomeno, l'economia ne ricaverebbe un grande giovamento con il conseguente rilancio dei posti di lavoro.

Sono anni che si discute di come diventare un po' più virtuosi e credo che qualche passo in avanti sia stato fatto. Però non mi pare che ci sia stata una svolta decisiva...

F. R: - Per e-mail da Latina

I dati più recenti sono quelli raccolti dalla Fondazione David Hume per conto del "Sole-24 Ore". Il giornale della Confindustria li ha pubblicati il 21 agosto e, in verità, non sono molto incoraggianti. L'Italia resta, infatti, tra i Paesi ritenuti più corrotti, preceduta soltanto da Grecia e Turchia, che guida la classifica. Il rapporto è stato costruito su informazioni di Banca Mondiale, Trasparency International e World Economic Forum.

La nazione con l'indice di corruzione più basso è risultata la Finlandia (7,5%), seguita da Danimarca (8,3%), Nuova Zelanda (11,6%), Svezia (12,9%), Australia (15%), Canada (15,2%) Svizzera (15,9%), Norvegia (17,9%), Olanda (18,4%) e Regno Unito (19,9%). All'Italia  è stato assegnato un pesante 56,2%.

Tra le categorie considerate più vulnerabili ci sono i partiti politici (68,3%), i politici (63,2%), i funzionari addetti agli appalti pubblici (55,3%), i responsabili delle concessioni edilizie (54,1%) e delle licenze commerciali (44,3%).

Rispetto agli anni precedenti, la situazione fotografata dalla Fondazione David Hume è ulteriormente peggiorata. Commentando i risultati, Luca Ricolfi ha scritto che "una società corrotta non può essere né libera, né giusta, né aperta". Insomma, molta strada resta ancora da fare.

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Se hai una certa età vieni discriminato

Anche se le normative vigenti in materia di assunzioni OBBLIGANO a non discriminare per razza, età e sesso, così spesso non è. E voi fareste bene a denunciare chi non rispetta le regole in modo, se non altro, da farci risparmiare l'invio del curriculum e altre perdite di tempo. Lo dico a ragion veduta perché ho 55 anni e in questo cavolo di Paese sono ormai fuori da un bel pezzo dal mercato del lavoro, e per andare in pensione devo arrivare a 67 anni. Non ci sono parole...

Vorrei che vi interessaste a questo argomento – magari dedicandogli uno dei prossimi articoli – che è di una gravità totale (e anche costituzionalmente censurabile) e che taglia fuori persone con esperienza e buone capacità professionali. Se, giustamente, vi occupate dei giovani è altrettanto giusto tenere presente le necessità di lavoro di chi un impiego lo ha perso e ha solo qualche anno in più.

Stefania S. - Per e-mail da Roma

Il problema dell'occupazione, com'è noto, riguarda tutte le età. E, anzi, le statistiche dicono che sono i giovani i più penalizzati con una percentuale di senza lavoro che è tra le più alte in Europa.

In quest'ambito resta quell'autentico dramma che è la ricollocazione dei cosiddetti "anta" che spesso hanno una famiglia a carico e verso i quali ci sono meno misure di sostegno. E forse, proprio per questo, le aziende preferiscono puntare su coloro che hanno età in grado di consentire agevolazioni fiscali.

In più c'è a volte la poca chiarezza delle ricerche di personale che, per quello che è nelle nostre possibilità, cerchiamo di evitare. Comunque, accogliamo volentieri il suggerimento di Stefania S. e quanto prima torneremo sull'argomento che, in effetti, rappresenta un'evidente discriminazione.

Come si può riscattare la laurea

La laurea si può ancora riscattare? Sto pensando di andare in pensione e a me farebbe comodo. Sono convinto che la cosa sia possibile ma in un momento in cui molto viene rimesso in discussione vorrei avere qualche certezza in più.

Marco Gasperini - Per telefono da Roma

Sì, il riscatto della laurea è possibile, naturalmente se si è conseguito il titolo di studio. Come si può leggere nel sito dell’Inps (www.inps.it), si possono riscattare: i diplomi universitari (corsi di durata non inferiore a 2 anni e non superiore a 3), i diplomi di laurea (corsi di durata non inferiore a 4 anni e non superiore a 6), i dottorati di ricerca regolati dalla legge, i titoli accademici introdotti dal decreto n. 509 del 3 novembre 1999.

Per ciò che si riferisce ai diplomi rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale sono ammessi: il diploma accademico di primo livello, il diploma accademico di secondo livello, il diploma di specializzazione, il diploma accademico di formazione e ricerca.

Il riscatto può riguardare tutto il periodo o singoli periodi. Sono esclusi i periodi di iscrizione fuori corso e i periodi già coperti da contribuzione obbligatoria o figurativa.

Ciò che occorre fare è calcolare con precisione l’onere del riscatto – cioè quanto si deve pagare per cumulare la laurea con l’anzianità di lavoro – perché possono saltare fuori cifre piuttosto consistenti. Il contributo può essere versato in un’unica soluzione oppure in 120 rate mensili senza interessi.

Licenziamenti: indennità e ricorso

Ho saputo che la società presso la quale lavoro da circa 10 anni starebbe per effettuare alcuni licenziamenti per “ragioni economiche”. Ci sono delle regole da seguire? Oppure il datore può decidere a suo insindacabile giudizio?

Marcello F. - Per e-mail da Roma

È vero che il licenziamento è diventato più semplice ma ci sono delle norme che non possono non essere rispettate. Per esempio, la riduzione del personale deve essere sempre legata a ragioni oggettive: in sostanza, se c’è la necessità di procedere a una riorganizzazione dell’azienda il datore non può privarsi di figure che, comunque, possono essere utilmente ricollocate. Se, nonostante questo, si decide di procedere lo stesso, il dipendente può impugnare la scelta e contestare il suo mancato riutilizzo.

Il licenziamento per ragioni economiche va sempre comunicato in forma scritta. Il destinatario ha 60 giorni di tempo per impugnare la decisione. Nei successivi 160 deve depositare il ricorso in tribunale.

Sulla base del Jobs Act, se il giudice dovesse accogliere il ricorso, il rapporto di lavoro si potrebbe sciogliere ugualmente riconoscendo una indennità che può variare da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità. Però se le motivazioni alla base del licenziamento risultassero manifestamente infondate, il giudice potrebbe anche ordinare al datore di riprendere il lavoratore alle sue dipendenze.

Finalmente il bonus bambini

Se non ricordo male, un po' di tempo fa era stato promesso alle famiglie un contributo di circa 300 euro come una tantum per ogni bambino nato o adottato. L'impegno è passato in cavalleria, così come tante altre promesse.

Ora se è vero che 300 euro non risolvono i problemi (ma comunque possono servire), perché farsi belli con annunci che regolarmente restano lettera morta? Se tra la gente cresce la voglia di mandare tutti a quel paese di chi è la colpa?

Lina G. - Per e-mail da Roma

In effetti, la politica degli annunci fa parte delle nostre tradizioni più collaudate. Affermando che si stanno prendendo provvedimenti utili a dare una mano può servire a creare consenso ma – certo – se poi nulla accade la figuraccia non è di poco conto. Sempre che ci si ricordi, in mezzo al diluvio di dichiarazioni, delle misure che erano state date per imminenti.

Nel caso del bonus di 300 euro (275 per l'esattezza), le cose hanno però preso una piega diversa. Nel senso che è stata sbloccata la norma che era stata annunciata alla fine del 2013. Insomma, dopo quasi 3 anni chi ha diritto al contributo può metterselo in tasca.

Naturalmente se si hanno i requisiti in regola. La famiglia, cioè, deve avere un indicatore Isee non superiore a 6.781,76 euro e beneficiare – in quanto in condizioni di difficoltà – della specifica Carta acquisti. Sarà su questa Carta che il contributo verrà accreditato, a partire dal 17 novembre (90 giorni dopo l'entrata in vigore del decreto).

I bambini nati nel 2014 ai quali può essere riconosciuto il bonus sono 114.168 ai quali vanno aggiunti circa 4.000 piccoli adottati. I fondi a disposizione sono 33.526.846,50 euro.

Sulla corruzione nessuno ci batte

A che punto siamo con la corruzione? Sono convinto che, riducendo il fenomeno, l'economia ne ricaverebbe un grande giovamento con il conseguente rilancio dei posti di lavoro.

Sono anni che si discute di come diventare un po' più virtuosi e credo che qualche passo in avanti sia stato fatto. Però non mi pare che ci sia stata una svolta decisiva...

F. R: - Per e-mail da Latina

I dati più recenti sono quelli raccolti dalla Fondazione David Hume per conto del "Sole-24 Ore". Il giornale della Confindustria li ha pubblicati il 21 agosto e, in verità, non sono molto incoraggianti. L'Italia resta, infatti, tra i Paesi ritenuti più corrotti, preceduta soltanto da Grecia e Turchia, che guida la classifica. Il rapporto è stato costruito su informazioni di Banca Mondiale, Trasparency International e World Economic Forum.

La nazione con l'indice di corruzione più basso è risultata la Finlandia (7,5%), seguita da Danimarca (8,3%), Nuova Zelanda (11,6%), Svezia (12,9%), Australia (15%), Canada (15,2%) Svizzera (15,9%), Norvegia (17,9%), Olanda (18,4%) e Regno Unito (19,9%). All'Italia è stato assegnato un pesante 56,2%.

Tra le categorie considerate più vulnerabili ci sono i partiti politici (68,3%), i politici (63,2%), i funzionari addetti agli appalti pubblici (55,3%), i responsabili delle concessioni edilizie (54,1%) e delle licenze commerciali (44,3%).

Rispetto agli anni precedenti, la situazione fotografata dalla Fondazione David Hume è ulteriormente peggiorata. Commentando i risultati, Luca Ricolfi ha scritto che "una società corrotta non può essere né libera, né giusta, né aperta". Insomma, molta strada resta ancora da fare.

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Lavorare per l'Ue dopo Brexit

Con la Gran Bretagna che ha votato per l'uscita dall'Europa che ne sarà dell'Unione così come l'abbiamo conosciuta? In particolare mi riferisco alla possibilità di trovare lavoro nelle strutture di Bruxelles o di seguire un percorso di specializzazione sempre sotto l'egida dell'Ue.

Filippo Ungaro - Per e-mail da Roma

Per ora nulla è cambiato e tutti i programmi restano invariati, compresi quelli che si riferiscono ai bandi di concorso promossi dalle istituzioni, dalle agenzie e dagli altri organi della Comunità.

Com'è noto, gran parte delle possibilità riguardano tirocini retribuiti presso le direzioni generali o le diverse rappresentanze. Per saperne di più si può telefonare all'Ufficio relazioni con il pubblico del ministero degli Esteri (06.36918899). Oppure collegarsi con il sito http://ec.europa.eu/italy/about-us/work-for-eu/index_it.htm e qui verificare le opportunità presenti al momento.

 

La disoccupazione non interessa più?

Mi pare che la disoccupazione giovanile sia uscita di scena, quasi che il problema sia stato risolto. D’accordo, dal mondo arrivano ogni giorno notizie così clamorose che i giornali non possono fare a meno di parlarne. Ma, intanto, i ragazzi che sono senza lavoro mica possono mangiarsi… le pagine dei quotidiani.

Chiedo a “Lavoro Facile”: a che punto è la situazione? E, soprattutto, voi che siete a contatto con il mondo della produzione, vi sentite più ottimisti o pessimisti?

Lorenzo Ricci - Per e-mail da Roma

I dati più recenti (maggio) dell’Istat che abbiamo sotto mano dicono che la disoccupazione è scesa all’11,5%, cioè -0,1% rispetto al mese precedente, e che – nel raffronto con lo l’anno scorso – ci sono 299mila occupati in più.

Continua, quindi, la risalita dai tempi più bui ma con ritmi piuttosto lenti. Se poi si guarda al versante giovanile, la preoccupazione resta forte. La disoccupazione è al 36,9%, ben lontana dal picco del 41-42% ma sempre insopportabilmente alta. Giusto per fare dei raffronti, solo Spagna (43,9%) e Grecia (50,4%) si trovano in condizioni peggiori mentre la Germania è al 7,2%, il Regno Unito al 13,2% e la Francia al 23,3%. Nella zona euro la media è al 20,7%.

In sostanza, il problema è ben lungi dall’essere risolto e il Jobs Act – nello specifico – non ha inciso in maniera determinante come, invece, è accaduto alla fascia d’età tra i 50-60 anni dove i margini di miglioramento ci sono stati.

Su questi dati i commenti si sono divisi. Se i settori più vicini al governo hanno messo l’accento sul fatto che, comunque, il mercato del lavoro, si sta “assestando nonostante un Pil fiacco” e che bisognerebbe “rendere strutturale la decontribuzione e aumentare le risorse destinate alle politiche attive”, i sindacati (Guglielmo Loy della Uil) hanno affermato che “siamo al terzo mese consecutivo con una crescita dell’occupazione da zero virgola”.

Ora, mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro, non c’è dubbio che passi in avanti sono stati fatti. Però, alla luce dei provvedimenti adottati per agevolare le imprese a riaprire la porta delle assunzioni, ci si poteva aspettare qualcosa di più. Segno che la nostra economia si muove ancora in territorio incerto e che molti imprenditori, nonostante i benefici, non se la sentono di “rischiare” più di tanto aumentando il personale.

Sarà interessante vedere se dopo l’estate, con la piena ripresa delle attività, si riuscirà ad abbattere quelle percentuali negative e a restituire un po’ più di serenità al Paese.

 

Garanzia Giovani tra posti e flop

Mi sono iscritta a Garanzia Giovani e, dopo qualche settimana, grazie al mio Centro per l’impiego, una società di import-export mi ha offerto la possibilità di un tirocinio retribuito. Dopo 6 mesi, duranti i quali ho provato a dare il meglio di me stessa, non c’è stato seguito. Mi hanno detto che, nell’eventualità, mi avrebbero fatto sapere. Però finora niente.

Sono laureata in lingue (conosco perfettamente inglese e francese) e non riesco a trovare un posto vero adatto a ciò che so fare. Ho sperato molto in Garanzia Giovani ma ho l’impressione che le aziende utilizzano noi giovani per risolvere le loro necessità temporanee a spese dello Stato che, infatti, si fa carico di una parte consistente dell’assegno che spetta ai tirocinanti.

Marcella F. - Per telefono da Frosinone

Il sospetto può essere non del tutto infondato anche se le aziende che ricorrono a Garanzia Giovani sanno che potrebbero contare su altri contributi nel momento in cui dovessero contrattualizzare il tirocinante sia a tempo determinato che indeterminato.

Il programma, partito a rilento un paio di anni fa, ha via via acquistato visibilità tanto che al 30 giugno scorso i giovani registrati (prima è la Sicilia, poi Campania, Puglia, Lombardia e Lazio) erano 1.091.823. Di questi, 721.331 sono stati presi in carico dai Centri per l’impiego (cioè hanno effettuato un colloquio) e a 354.405 è stata proposta almeno una misura tra orientamento, formazione, accompagnamento al lavoro, apprendistato, tirocinio, servizio civile, sostegno all’autoimprenditorialità.

Vale la pena ricordare che Garanzia Giovani si rivolge a giovani tra i 15 e i 29 anni. I fondi sono messi a disposizione dall’Unione europea con l’obiettivo di facilitare il primo impiego.

Nel sito www.garanziagiovani.gov.it, alla sezione Opportunità di lavoro, si possono leggere le offerte più fresche. In effetti, gran parte delle chance si riferiscono ai tirocini ma non mancano i contratti di apprendistato e a tempo indeterminato.

Comunque, e qui sembra avere ragione la nostra lettrice, complessivamente sono poco più di 30.000 coloro che con Garanzia Giovani sono riusciti a mettere le mani su un posto vero e proprio, ognuno dei quali è costato 36mila euro. Non a caso “La Stampa” di Torino ha scritto di “numeri flop”.

 

Il call center non paga gli stipendi

Abbiamo lavorato per un call center di Roma che, in seguito al mancato pagamento degli stipendi di due mesi, e dopo le nostre proteste, ha promesso che tutto sarebbe stato regolato in breve tempo.

Ma così non è stato. Sappiamo che anche ad altri è capitata la stessa cosa. Abbiamo in mano i contratti regolarmente firmati e sottoscritti dalla società, con i relativi impegni anche per quanto riguarda la parte salariale. Che cosa dobbiamo fare?

Lettera firmata - Da Roma

Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. I lavoratori che non hanno ricevuto i compensi pattuiti, laddove in possesso dei contratti di lavoro che specificano l’ammontare della retribuzione, possono certamente adire il Giudice del Lavoro del luogo dove hanno svolto la loro attività (indipendentemente da ogni diversa clausola inserita nel contratto)per ottenere l'ingiunzione di pagamento.

 

Che cosa significa job sharing

Che cos’è il contratto di job sharing? Tra le tante forme di lavoro mi pare che sia la meno usata. Eppure me l’hanno proposta…

Paolo Lorenzi - Per telefono da Roma

Job sharing significa, letteralmente, lavoro ripartito. Ed è proprio questo il riferimento: vale a dire, in pratica, che due soggetti si assumono in solido l’adempimento di una medesima obbligazione lavorativa, che corrisponde a un unico posto di lavoro a tempo pieno. In tal caso i lavoratori hanno la facoltà di distribuirsi tra loro, a seconda delle proprie esigenze, l’orario e la quantità di lavoro, anche con modalità di volta in volta differenti.

Ciascun lavoratore resta comunque personalmente responsabile dell’adempimento dell’intera prestazione lavorativa. Nel caso di recesso o estinzione da parte di uno dei due contraenti, il rapporto di lavoro cesserà anche per l’altro.

Sufficientemente diffuso all’estero, il contratto di job sharing non ha incontrato particolare favore in Italia.

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